
Mondadori si pappa un ramo della Hoepli. E fa bene. Riepilogo delle ultime puntate e delle ultime surreali polemiche cittadine. Hoepli è una delle case editrici alle quali (Milano ne ha tantissime) la città si sente più vicina. L’etica del lavoro, l’idea del manuale, la vicinanza alle istanze del mondo produttivo e dei professionisti. La lontananza rispetto alle ideologie. Tutto in Hoepli è molto “milanese”. Dopodiché, Hoepli è una società. E in una società ci sono – appunto – soci. Questi soci sono i discendenti del fondatore, e da tempo stanno litigando. Alla fine, con un colpo di mano come se ne vedono ogni giorno al Tribunale delle Imprese di Milano, al momento del bilancio i soci di maggioranza mandano “sotto” i conti dell’anno e mettono in liquidazione la società. Avviano dunque le vendite, in base alla liquidazione. Vendono il palazzo. Fanno tutto quello che si fa quando si vuole dismettere o comunque riprogettare l’architettura societaria.
E intorno? Intorno la città si mobilita. Dice alla politica “salvate l’Hoepli”, come se la povera casa editrice avesse i conti in disordine (e invece no, è pure sana come un pesce), e non ci fosse un regolamento di conti tra soci. E la politica, invece di dire ai milanesi che è una questione privata, e che in una economia liberale e capitalistica quale è la nostra non è che Palazzo Marino può farsi carico di ogni cosa (ma soprattutto non deve!), strizza l’occhio a chi dice di “salvare” qualcuno che non va affatto aiutato, perché non c’è niente da salvare.
Hoepli e una città che si innamora di cause che non andrebbero nemmeno combattute
C’è poi un altro aspetto interessante di questa vicenda paradossale. Per una casa editrice che ha una crisi non economica, ma di rapporti tra i soci, ci sono decine di case editrici altrettanto storiche, altrettanto importanti, altrettanto utili alla cultura cittadina che invece hanno i conti in disordine per l’oggettiva complessità del mercato. Che cosa si fa: le si salva tutte? E perché le case editrici sì, e magari i giornali no? E perché, ammesso che si salvino i giornali, non le piccole botteghe storiche? E perché non i grandi comparti industriali? E perché non i centri culturali, educativi, le cooperative di pulizie e pure i bar di periferia: tutti svolgono un servizio, e sono una ricchezza per la città, e tutte pagano stipendi a padri e madri di famiglia. Il caso Hoepli è emblematico di una città che si innamora di cause che non sono perse semplicemente perché non andrebbero proprio combattute.
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