C’è una narrazione di Milano. La narrazione di una città che è stata devastata dagli immobiliaristi che l’hanno umiliata, cacciando via i cittadini “normali” per fare palate di soldi. Per colpa dei palazzinari, la città è diventata una torre d’avorio, nella quale possono accedere solo gli eletti. I palazzinari si sono arricchiti perché le case costano uno sproposito.
E’ una narrazione assai polarizzata, e assai furba. Mette da una parte tutta la gente “normale”, che generalmente è assai rumorosa, e si lamenta. E dall’altra la gente (ricca) che ha comprato dalla gente “normale”. Quella gente (quella ricca) ha pagato però i prezzi mostruosi alla gente normale, non dimentichiamocelo. Però questo la narrazione non lo dice. Non lo dice che l’aumento del valore del prezzo delle case ha di fatto reso assai più preziosi appartamenti che prima valevano meno. E visto che la stragrande maggioranza delle case era ed è rimasta in mano a chi c’era prima, i patrimoni di gran parte dei milanesi sono cresciuti non di poco. Tutto va bene? No. Perché è aumentata fortemente l’inflazione, e visto che la spesa non la fai vendendoti la casa (che vale di più), c’è comunque una sofferenza globale. Tutto va bene? No, perché i giovani generalmente non possiedono una casa, e se diventiamo una città per vecchi Milano è semplicemente finita. Però la narrazione dei cittadini poveri contro i cittadini ricchi è limitante.
Ma le città le cambiano i privati che investono, non il pubblico
Vado avanti sulla questione dei palazzinari. I palazzinari sono diventati ricchi. Quindi – questa la tesi prevalente nella sinistra al governo della città, la stessa sinistra che ha reso la città quel che è (per me è un complimento, per altri no) – adesso devono rendere tutto. Vogliono costruire? Devono farlo a prezzi calmierati. Vogliono sviluppare? Devono fare di tutto per la collettività. Le richieste sono talmente sbilanciate che addirittura le cooperative (le cooperative!) hanno detto no al Comune di Milano. Il problema, ancora una volta, è l’idea che ci si è fatti. Che i costruttori siano gli zii (rapaci) d’America. Ricchissimi, con fondi illimitati, che possono fare quel che vogliono. Non è mica così però.
Gli sviluppatori hanno finanziatori assai esigenti: esigono un piano di guadagno con percentuali minime ben definite, uno schema di regole certo, tempistiche chiare. Tutta roba che oggi Milano non può offrire. Se queste cose non ci sono, i finanziatori mandano i loro soldi altrove e i costruttori non costruiscono. Semplice, chiaro, limpido. Uno potrebbe dire: chissenefrega. E va bene. Però anche qui meglio che ci mettiamo d’accordo prima: la città la cambiano i privati che costruiscono, non il pubblico. Perché quando lo fa il pubblico, si finisce come nella Bulgaria degli anni ’60. Non esattamente un modello di urbanistica sana.
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(da wikipedia)


