Milano Quotidiano

La politica della nuova Milano passa (anche) dalle colonie

Dalle colonie alle Case Vacanza: Milano ne ha ancora cinque e possono tornare a essere un pilastro del welfare

casa vacanza
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Anna Scavuzzo, la vicesindaco, mi corregge via whatsapp: “
Oggi le chiamiamo Case Vacanza”. Colonie è un po’ una roba antica, anche fraintendibile. Si pensa alle colonie africane, al colonialismo, e a me fa venire in mente pure il racconto dell’ancella. Però chi è nato negli anni Ottanta o anche prima, se le ricorda bene le colonie. Forse siamo stata l’ultima generazione a poterci andare. Erano un retaggio di metà Ottocento, quando venivano definiti “ospizi marini”: erano dedicati ai bimbi più poveri per proteggerli dalla tubercolosi e altre malattie. Poi il fascismo ne fece un must del regime. Nel secondo dopoguerra gran parte delle colonie divenne delle grandi aziende, specie dello Stato. Ad esempio a Cesenatico c’è una enorme colonia Agip, voluta proprio dal fascismo, poi passata all’Eni e oggi attiva con il nome “Villaggio sul Mare”. Buona parte delle colonie venivano fatte dalle “casse previdenziali”: muratori, bancari, gli statali (con l’ENPAS), l’Inps, le poste, le fs. C’è Atm, a Milano, che le ha ancora. I Comuni avevano moltissime colonie. O Case Vacanza, come dice Scavuzzo.

 

Eppure, progressivamente, per tutti gli anni novanta, e poi duemila, il concetto di colonia è andato spegnendosi. Nel silenzio, senza che ci fosse gran clamore. Io ipotizzo che forse è perché le colonie hanno sempre ospitato i figli della classe medio-bassa. Troppo alta per avere il coraggio di urlare come la classe bassa, troppo bassa per contare davvero qualcosa. Era quella classe media che usava le colonie, quella che viene progressivamente espulsa nell’hinterland perché Milano costa troppo. Quella classe media nella quale i genitori dovevano lavorare, i figli andavano al mare e imparavano anche a vivere (e convivere) lontani dai genitori. I Comuni poi hanno iniziato ad avere problemi di bilanci fortissimi.

 

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Fin da metà degli anni Novanta, infatti, con Berlusconi e Prodi, ogni volta che c’era una finanziaria il trucco era sempre lo stesso: si diceva che si tagliavano le tasse, salvo poi tagliare i bilanci dei comuni, che peraltro si incaricavano di fare gli esattori sui territori (la vecchia ICI, la mamma dell’IMU, funzionava così: i Comuni riscuotevano e davano tutto a Roma). Ricordo un furibondo Attilio Fontana, ai tempi sindaco di Varese e presidente di ANCI Lombardia, ingaggiare un corpo a corpo contro il governo Berlusconi (e quindi, Bossi), per difendere i comuni dai tagli. Niente da fare. Quindi, i Comuni – obbligati da Roma – hanno tagliato e tagliato. Anche le colonie. Nel caso di Milano, solo a Cesenatico, c’erano due colonie. Una era la “Sorriso dei Bimbi”: inserita nei piani di alienazione più volte, è andata all’asta molte volte. L’altra, più grande, si chiama “Villa Serena”. Anche lei, da vendere. Come vennero vendute, sempre da Letizia Moratti, le colonie di Recco e Malcesine. Oggi ne rimangono cinque ancora attive: Andora, Ghiffa, Pietra Ligure, Vacciago e Zambla Alta nella bergamasca. E costano, al Comune di Milano. Costano molto: il bando per il servizio triennale è da 12 milioni di euro a triennio più le manutenzioni. Eppure le colonie andrebbero rimesse al centro del dibattito. Per vari motivi.

Costano? Sì, costano. Però dovrebbero essere dedicate a quel ceto medio che ha due genitori che lavorano, e i figli da lasciare a casa, magari auspicando che non passino l’estate davanti ai cellulari.

Costano? Sì, costano. Però unificano: le esperienze fuori di casa, da giovani, abbattono il razzismo, la sfiducia, creano legami. Anche problemi: la convivenza ne crea sempre. Ma sono importanti.

Costano? Sì, costano. Però costa di più andare in vacanza. Negli hotel, anche in Romagna dove tradizionalmente costano poco, per una famiglia di quattro persone si paga 250 euro a notte pensione completa. Non è poco, è moltissimo. Per dire: a Tokyo in media stagione una camera costa 130 euro. E stiamo parlando di Tokyo, non di Cesenatico…

Io penso che se si vuole ripensare a Milano, al suo welfare ambrosiano, e non rimanere solo sulle questioni relative alle case e agli affitti, ma magari andare a incidere sulle estati dei più piccoli, una buona idea potrebbe essere quella di recuperare le vecchie colonie. Su questo la penso proprio come la vicesindaco Anna Scavuzzo che ne parla in questo video del settembre scorso:

 

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