Lo sciopero generale proclamato da Maurizio Landini incendia il dibattito politico ben oltre i confini sindacali, proiettando i suoi effetti fino alla corsa per Palazzo Marino. La dura mobilitazione della CGIL contro la legge di bilancio del governo Meloni – accusata dal leader sindacale di “investire solo in armi” – ha infatti scatenato un vero e proprio effetto domino all’interno del Partito Democratico milanese, proprio mentre si profilano le grandi manovre per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra per le elezioni comunali del 2027. Lo slogan radicale di Landini ha l’effetto di un detonatore su una coalizione strutturalmente fragile, divisa tra la tentazione populista e la vocazione riformista.
A Milano, la faglia si consuma attorno ai due nomi forti della vigilia: Pierfrancesco Majolino e Mario Calabresi. Il primo, capogruppo del PD in Regione Lombardia ed esponente di spicco dell’ala sinistra del partito, si è immediatamente allineato alle posizioni della CGIL. Per Majorino, la convergenza con i temi della pace, la critica radicale alla manovra economica e l’asse strategico con il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) rappresentano la naturale evoluzione di un Campo Largo a trazione progressista. Una linea che punta tutto sulla mobilitazione della base storica e sull’elettorato più radicale per blindare una eventuale candidatura alle primarie.
Di tutt’altro segno è la postura di Mario Calabresi, il candidato che incarna l’anima più moderata, civica e istituzionale della coalizione. Per l’ex direttore, un’adesione acritica a parole d’ordine così massimaliste risulta impraticabile. La posizione di Landini contro gli investimenti nella difesa si scontra frontalmente con il posizionamento internazionale del Partito Democratico. Il PD aderisce al Partito Socialista Europeo e si riconosce nell’azione di governi occidentali, a partire dalla SPD in Germania, che sulla sicurezza e sugli impegni NATO hanno linee ben diverse da quelle del binomio Landini-Conte. Per l’area moderata, appiattirsi sulle tesi dei 5 Stelle significa perdere credibilità governativa.
Il dilemma posizionato sul tavolo del Nazareno e della segretaria Elly Schlein diventa così un rompicapo tattico quasi insolubile. Se il partito dovesse scegliere la via delle primarie per incoronare il successore di Beppe Sala, il rischio di una vittoria di Majolino, spinto dai militanti e dai blocchi sindacali, è altissimo. Tuttavia, una vittoria della sinistra interna lascerebbe scoperto l’intero elettorato di centro, vitale per vincere in una città pragmatica e produttiva come Milano. Al contrario, se si optasse per una figura come Calabresi – che raccoglierebbe il favore immediato di Azione e Italia Viva, pronti a entrare in coalizione anche senza passare dai gazebo – la sinistra radicale e il M5S minaccerebbero lo strappo.
L’ombra dello sciopero del 20 novembre finisce così per congelare i laboratori politici milanesi. La piazza della CGIL rischia di certificare l’incompatibilità tra il massimalismo pacifista e il riformismo europeo, stringendo il centrosinistra in una morsa letale. Per vincere a Milano nel 2027 servirà un miracolo di ingegneria politica: conciliare le ragioni della piazza progressista con quelle di una borghesia produttiva che guarda all’Europa dei fatti e rifiuta demagogie ideologiche.
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