Sedici indagati, arresti contestati, verbali ritenuti falsi e operazioni antidroga che, secondo l’ipotesi della Procura, sarebbero state costruite per ottenere risultati. Si allarga l’inchiesta sulla “squadretta” antidroga della Polizia locale di Milano, nata dopo gli accertamenti su alcune operazioni condotte dagli agenti e arrivata ora a coinvolgere 14 appartenenti al Corpo e due civili.
L’indagine, coordinata dai pm Giovanni Tarzia e Francesca Celle, non si concentra più soltanto su singoli episodi. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire se dietro le diverse contestazioni ci fosse un modello operativo consolidato, con informatori, falsi acquirenti e ricostruzioni degli interventi successivamente messe a verbale.
Tra gli aspetti esaminati dalla Procura c’è anche il possibile interesse personale della commissaria Ilenja Sabato, considerata una figura centrale all’interno del gruppo: secondo l’accusa, il numero degli arresti e dei risultati ottenuti nel contrasto allo spaccio avrebbe potuto contribuire alle sue ambizioni professionali.
La Procura chiede il carcere per sei agenti
La nuova fase dell’inchiesta è arrivata dopo i primi provvedimenti cautelari dell’estate. La Procura ha chiesto nuovamente la custodia in carcere per sei appartenenti alla Polizia locale, cinque dei quali erano già stati arrestati ad agosto e si trovano attualmente ai domiciliari. Le contestazioni, a seconda delle singole posizioni, comprendono arresto illegale, falso, calunnia e peculato.
Gli interrogatori preventivi davanti al gip Elio Sparacino hanno permesso agli indagati di fornire la propria versione dei fatti. Tra i sei figurano, oltre a Sabato, Mattia Rignanese, Denni Dileo, Vincenzo Compagnone, Rosario Piscopo e Giorgio B. Quest’ultimo è l’unico dei sei a non essere già sottoposto agli arresti domiciliari.
Il sospetto: arresti e risultati per favorire la carriera
Uno dei punti più delicati dell’inchiesta riguarda il presunto movente attribuito alla commissaria Sabato. Secondo la Procura, l’attività della squadra e il numero degli arresti avrebbero potuto essere funzionali anche alle ambizioni professionali della dirigente. Nelle conversazioni intercettate dagli investigatori sarebbe emerso, in particolare, un riferimento a circa 200 arresti, dopo i quali Sabato avrebbe chiesto un riconoscimento professionale.
Il dato, per gli inquirenti, sarebbe indicativo dell’importanza attribuita dalla commissaria ai risultati ottenuti dalla squadra. Non significa però, di per sé, che esistesse un meccanismo automatico attraverso il quale il numero degli arresti determinasse una promozione. È proprio su questo punto che interviene anche il comandante della Polizia locale Gianluca Mirabelli, secondo il quale gli arresti e gli eventuali encomi non attribuiscono punteggi aggiuntivi nei concorsi né producono aumenti automatici dello stipendio. Gli avanzamenti, spiega, dipendono dai requisiti previsti per i diversi ruoli, dall’anzianità e dalle competenze.
Informatori e “esche”: così sarebbero state costruite le operazioni
Il presunto sistema operativo ricostruito dalla Procura avrebbe seguito uno schema ricorrente. A individuare i possibili obiettivi sarebbero stati, in alcuni casi, informatori esterni, capaci di fornire agli agenti indicazioni su persone, luoghi e disponibilità di droga. Successivamente sarebbero entrati in gioco altri soggetti, utilizzati come “esche” o finti acquirenti, con il compito di fissare incontri e simulare l’acquisto di stupefacenti.
Secondo l’accusa, il problema sarebbe emerso soprattutto nella fase successiva. In alcuni casi gli agenti avrebbero infatti riportato nei verbali una dinamica diversa da quella realmente avvenuta, trasformando gli episodi in arresti in flagranza o attribuendo agli indagati comportamenti che non avrebbero trovato riscontro nelle immagini o nelle altre verifiche investigative. Tra gli elementi al vaglio della Procura c’è anche il ruolo di un informatore con precedenti penali. Gli investigatori sospettano che l’uomo potesse utilizzare il rapporto con gli agenti anche per colpire persone con cui aveva avuto contrasti personali. In una conversazione acquisita agli atti, uno degli indagati avrebbe osservato che l’informatore voleva far arrestare tutti i propri nemici.
Il caso del 16 luglio: da Corsico all’arresto a Milano
L’inchiesta avrebbe preso una svolta decisiva dopo un’operazione del 16 luglio 2026. Un uomo sospettato di spaccio era stato individuato durante un’attività antidroga che, secondo la ricostruzione della Procura, si sarebbe svolta in modo diverso da quanto successivamente riportato negli atti.
L’incontro con una delle presunte “esche” sarebbe avvenuto a Corsico. L’uomo sarebbe poi stato accompagnato dagli agenti a Milano, nei pressi di un distributore di carburante. Nei verbali, tuttavia, l’intervento sarebbe stato descritto come un arresto in flagranza avvenuto nel capoluogo. Anche la presunta fuga dell’uomo e l’aggressione ai danni degli agenti sarebbero state, secondo l’accusa, ricostruite in maniera non corrispondente a quanto realmente accaduto. A far scattare gli approfondimenti sarebbe stata la segnalazione del difensore dell’arrestato. Gli accertamenti avrebbero poi portato ai primi provvedimenti cautelari dell’agosto scorso.
Le telecamere smentiscono alcuni verbali
Nel corso delle verifiche sarebbero emerse altre situazioni considerate anomale dagli investigatori. Un episodio precedente al 16 luglio era già stato oggetto di valutazione da parte di un giudice. In una sentenza di maggio sarebbero state infatti evidenziate discrepanze tra quanto riportato negli atti dalla commissaria Sabato e dall’agente Mattia Rignanese e le immagini registrate dalle telecamere di un esercizio commerciale. Un altro episodio riguarda invece un arresto dell’1 agosto. Gli agenti avrebbero sostenuto di avere assistito direttamente alla cessione di droga, mentre le immagini di videosorveglianza e le dichiarazioni dell’acquirente avrebbero restituito una dinamica differente.
Il caso più delicato riguarda un sedicenne
Tra gli episodi finiti sotto esame c’è anche un’operazione antidroga risalente a gennaio, nella quale era stato coinvolto un ragazzo di 16 anni. Secondo gli investigatori, al minorenne sarebbero state attribuite condotte che non avrebbero trovato conferma, compresa una presunta resistenza nei confronti degli agenti.
A rendere particolarmente delicata la vicenda sono alcune conversazioni tra gli stessi appartenenti al Corpo. In una chat, uno degli agenti avrebbe riconosciuto che al ragazzo era stato attribuito un reato che non aveva commesso, arrivando a scrivere: “Gli abbiamo rovinato la vita”. Per gli inquirenti, si tratta di un elemento importante per comprendere quanto gli operatori fossero consapevoli delle presunte irregolarità.
Sabato al centro anche per la gestione dei verbali
Il ruolo della commissaria emerge anche dalle dichiarazioni rese da alcuni colleghi durante gli interrogatori. Giorgio B., uno dei sei agenti per i quali la Procura ha chiesto il carcere, ha raccontato al giudice di essersi affidato alla propria superiore anche nella redazione degli atti. “I verbali li scriveva Sabato, io firmavo, mi fidavo. Era una mia superiore, ci telecomandava”, ha dichiarato. La deposizione dovrà essere valutata insieme agli altri elementi raccolti dagli investigatori. Uno dei nodi dell’indagine è infatti stabilire quale fosse il livello di consapevolezza e di partecipazione dei singoli agenti rispetto alle presunte falsificazioni e quanto le decisioni dipendessero dalla catena di comando.
Peculato e beni sottratti durante le operazioni
Il fascicolo non riguarda soltanto la legittimità degli arresti e la correttezza dei verbali. La Procura contesta, a seconda delle posizioni, anche episodi di peculato, legati alla gestione di denaro e beni durante alcune operazioni. Tra i casi esaminati c’è quello di una bicicletta elettrica del valore di circa mille euro, che sarebbe stata prelevata durante una perquisizione e poi non restituita. Per questo episodio sono coinvolti, secondo le rispettive contestazioni, Denni Dileo e Vincenzo Compagnone. Gli investigatori hanno inoltre esaminato presunte utilità ricevute dalla commissaria Sabato, tra cui due monili e una collanina. Nell’operazione del 16 luglio, invece, è stata denunciata la scomparsa di 1.450 euro da parte dell’uomo arrestato.
Sempre nell’ambito degli accertamenti, è stata analizzata anche la gestione delle telecamere di videosorveglianza durante uno degli interventi. Un dispositivo che avrebbe potuto riprendere la scena avrebbe modificato improvvisamente l’inquadratura, per poi tornare alla posizione precedente. Il giudice ha ipotizzato che il movimento potesse essere stato effettuato da remoto: un aspetto sul quale gli investigatori devono ancora chiarire eventuali responsabilità.
Gli interrogatori e le diverse versioni degli agenti
Durante gli interrogatori, alcuni degli indagati hanno scelto di spiegare il proprio ruolo. Denni Dileo, 27 anni, ha sostenuto di essersi limitato a seguire le indicazioni ricevute dai superiori. Il suo difensore, Paolo Confalonieri, ha evidenziato che il giovane era entrato nell’unità operativa appena tre giorni prima dei fatti contestati e ha riferito che due capi d’imputazione nei suoi confronti sono stati successivamente eliminati dai pm. Vincenzo Compagnone, invece, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.
La commissaria Ilenja Sabato, assistita dall’avvocato Giovanni Briola, ha risposto alle domande del gip in un interrogatorio durato più di quattro ore. La difesa ha depositato una memoria nella quale contesta la necessità di una misura cautelare più severa. Secondo il legale, la sospensione dal servizio, gli arresti domiciliari già applicati e l’acquisizione dei telefoni degli indagati ridurrebbero il rischio di reiterazione dei reati e di inquinamento delle prove. La Procura, al contrario, ritiene che la gravità delle contestazioni e il possibile rapporto di reciproca protezione tra gli appartenenti al gruppo rendano necessario il carcere.
Il comandante Mirabelli: “Il Corpo ha gli anticorpi”
Sul caso è intervenuto anche il comandante della Polizia locale di Milano, Gianluca Mirabelli, che ha definito forte la delusione per quanto emerso dall’indagine, sottolineando però come siano stati proprio investigatori della Polizia locale, su delega della Procura, a ricostruire le presunte irregolarità. Mirabelli ha rivendicato il lavoro svolto tra il 16 luglio e il 4 agosto, periodo nel quale sarebbero stati raccolti gli elementi poi trasmessi alla magistratura e alla base dei primi provvedimenti.
Il comandante respinge inoltre l’idea che all’interno del Corpo si possa fare carriera semplicemente aumentando il numero degli arresti. Secondo la sua ricostruzione, arresti ed encomi non determinano automaticamente avanzamenti o aumenti di stipendio. Per Mirabelli, dunque, le responsabilità eventualmente accertate dovranno essere ricondotte ai singoli e non all’intero Corpo. Al tempo stesso, anche eventuali violazioni disciplinari dovranno essere valutate, indipendentemente dal loro rilievo penale.
L’inchiesta ora cerca di capire quanto fosse esteso il sistema
Il punto centrale dell’indagine diventa ora capire se gli episodi contestati siano riconducibili alle iniziative di singoli agenti oppure se esistesse un sistema più ampio e condiviso all’interno della squadra. La Procura dovrà inoltre chiarire il ruolo dei superiori, il livello di conoscenza delle presunte irregolarità da parte dei diversi operatori e l’eventuale coinvolgimento di altri soggetti esterni al Corpo.
Per il momento, le contestazioni restano al vaglio della magistratura e dovranno essere accertate nelle successive fasi del procedimento. Il quadro delineato dagli investigatori, tuttavia, ha già trasformato quella che sembrava una vicenda circoscritta in un’inchiesta che coinvolge 16 persone e mette sotto esame modalità operative, controlli interni e responsabilità nella gestione delle attività antidroga della Polizia locale di Milano.
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