In una estate dalle temperature nuovamente roventi è inevitabilmente tornato alla ribalta il tema dell’apertura delle piscine pubbliche. A Milano il dibattito in questi mesi è stato nuovamente piuttosto acceso attorno a diversi impianti. A cominciare dall’Argelati, la prima piscina all’aperto di Milano, inaugurata nel 1915 e chiusa da quattro anni. E poi il Lido, centro balneare che ha alle spalle quasi un secolo di storia, chiuso da sette anni e in attesa della sua riapertura nel 2027. Ma anche altre strutture sono chiuse in attesa di completare le ristrutturazioni. I lavori di manutenzione e di gestione sono sempre più alti. Così come le bollette, sempre particolarmente salate in particolare per le attività legate al nuoto.
Le piscine pubbliche continuano tuttavia ad essere dei punti di riferimento per chi rimane in città. Una funzione sociale anzi sempre più cruciale in queste estati di crescente afa e caldo. Antonio Longo, professore di urbanistica al Politecnico di Milano è, autore di uno studio sugli impianti balneari milanesi. Fin dal titolo del report si evince la domanda cruciale per il futuro della gestione dello sport a Milano. “Il fine o la fine dello sport e del tempo libero pubblico a Milano?”. Milano Quotidiano ha dialogato con il docente per parlare dello stato di salute delle piscine e dei limiti del modello attualmente perseguito per la loro gestione. L’INTERVISTA
Secondo l’Indice di sportività del Sole24Ore Milano risulta la provincia più sportiva d’Italia, per grandi eventi, atleti tesserati e società sportive, risultati, investimenti, turismo sportivo e scuole di formazione. Il sindaco si è detto soddisfatto ma ha riconosciuto delle problematiche “ereditate” nella gestione soprattutto delle piscine comunali a causa anche dei costi energetici. Com’è lo stato di salute di questi impianti?
Sul numero di persone che praticano sport in città il risultato ottenuto è importante. Altra cosa tuttavia sono le attrezzature sportive e lo stesso sindaco ha riconosciuto la necessità di impegnarsi in questo, visto che i milanesi sono appassionati ma anche “esigenti”. Se c’è un alto numero di sportivi ma c’è una carenza di disponibilità di alcuni tipi di strutture sportive pubbliche, questo potrebbe essere un punto critico. C’è molta domanda, molte persone sono disposte a investire per fare sport, ma c’è il rischio di una riduzione di investimento pubblico nelle strutture sportive, soprattutto delle piscine.
Che ruolo hanno questi centri in una città come Milano?
Sono servizi essenziali dei cittadini, come l’istruzione, la salute, la mobilità. Su questi aspetti nessuno metterà in luce solo i costi mentre per lo sport non sempre è così. C’è stata un’idea che il privato affiancandosi al pubblico, con il rischio che arrivi a sostituirlo, possa offrire dei servizi che sono essenziali, cioè lo sport e il benessere. Il report su sport e tempo libero parte proprio dalla “scommessa” della decisione della Giunta Sala di investire sulla relazione con i privati.
Com’è andata questa scommessa?
Il Lido di Milano ha impiegato otto anni ad arrivare a una qualche tipo di probabile apertura, dichiarata per il prossimo anno. La Scarioni è lontanissima anche solo dal ripartire, il Saini ha una convenzione con l’università Statale, delegando un altro soggetto che non è il Comune. Ma sembra che non abbia nessuna intenzione di recuperare la piscina esterna, non ha i fondi, sono piuttosto impegnati su altri fronti. La Cardellino è stata fatta con importantissimi investimenti, ha nuove strutture, parcheggi, campi da calcio, dovrà essere poi data in gestione ma ancora non si sa a chi. Il problema non è il partenariato pubblico-privato ma il modo in cui il pubblico si relaziona al privato. E alla prova dei fatti sembra che ci siano alcune criticità.
Quali sono queste criticità?
Non c’è al momento concorrenza, dato che l’unico interlocutore sulle piscine è la multinazionale spagnola Go Fit. Il rischio è che sia questo interlocutore a decidere il modello di business e il Comune non può far altro che seguirlo, altrimenti si perde l’accordo. Se c’è solo un privato si perdono i margini di contrattazione. La Giunta sta lavorando al meglio delle sue possibilità ma riconosce che non ci sono altri interlocutori al momento. Questo è un problema, perché il modello di business deciso così rischia di diventare un modello di forza.
Si rischia di perdere la natura stessa dei centri balneari in questo modo?
Sì, mentre con gli effetti sempre più percepibili del cambiamento climatico in città aumenta la necessità di avere luoghi accessibili a tutti per trascorrere il tempo libero, non solo per nuotare con fini sportivi o agonistici. È una questione di giustizia sociale e qualità della vita in una città. Questo servizio era reso da strutture storiche come Lido, Scarioni, dalla Romano che è tra i centri aperti: erano luoghi dove si andava a trascorrere la giornata.
Go Fit rischia di presentare un modello opposto?
Sì perché sta riducendo le dimensioni della piscina, come sarà per il nuovo Lido, e vorrebbe portare le strutture a standard sportivi, incentrate su allenamento e vasche, e collegate ad altri servizi come palestre, ristorazione, creazione di parcheggi. L’accessibilità di molti di questi luoghi storici di Milano è data dalla presenza anche delle linee del trasporto pubblico come le metro e la filoviaria 90-91.
A rendere accessibile i centri sono anche le tariffe. Il Consiglio comunale ha votato le tariffe per gli impianti gestiti da Milanosport e ad esempio per la Romano, Cardellino e Sant’Abbondio il biglietto intero è su 8-9 euro con agevolazioni per famiglie, bambini, persone con disabilità, limiti di Isee. Bastano queste linee programmatiche?
Il Comune sta facendo la sua parte, tuttavia i prezzi milanesi sono ancora lontani da quelli di altre città europee. A Parigi, andare in una delle numerosissime piscine pubbliche costa intorno ai 3-4 euro; a Zurigo, dove i redditi e gli stipendi sono 4-5 volte quelli italiani, costa 4-5 franchi svizzeri. L’equivoco nella gestione delle piscine è vedere più i costi che i vantaggi sociali che generano. Occorrerebbe considerare di più la loro natura di servizio cittadino e nelle politiche vederle come investimenti più che come costi. Altrimenti si rischia di far decidere le tariffe al privato e il ruolo del pubblico si ferma alla contrattazione dei prezzi. Forse è una leva un po’ piccola per gestire la città nei prossimi anni, quando le difficoltà saranno sempre maggiori, a cominciare dal ruolo dei centri balneari in città sempre più roventi.
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