Milano Quotidiano

Odissea San Siro, l’infinita e tormentata marcia verso il nuovo stadio di Milano

Dalle prime idee di sostituzione del Meazza alla vendita da 197 milioni, passando per vincoli, ricorsi, fughe verso San Donato e Rozzano, ritorni a San Siro e scontri politici. Poi la magistratura: nove indagati, perquisizioni, ed il rischio di vedere bloccato definitivamente tutto

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Nuovo stadio di San Siro: l’ultimo capitolo di una vicenda intricata, infinita, ricca di colpi di scena si apre il 31 marzo 2026, quando la Guardia di finanza esegue perquisizioni negli uffici del Comune di Milano, nella sede della M-I Stadio e nelle abitazioni di ex amministratori, dirigenti, manager e consulenti coinvolti nell’operazione. Gli indagati sono nove; le ipotesi di reato sono turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio. Secondo la ricostruzione dei pm, l’iter che ha portato al rogito del 5 novembre 2025 sarebbe stato costruito in modo da “assecondare” gli obiettivi imprenditoriali dei club, fino a dare all’intera operazione una marcata connotazione speculativa. Tra i punti sotto la lente ci sono la stesura dell’avviso pubblico, la circolazione di bozze e delibere, i contatti riservati tra soggetti pubblici e privati e la corsa contro il tempo per chiudere la vendita prima dello scatto del vincolo sul secondo anello.

Il giorno successivo, il 1° aprile, dagli atti emergono altri dettagli: i pm mettono a fuoco anche i profili urbanistici dell’operazione, in particolare la determinazione della superficie lorda e il suo rapporto con volumetrie, oneri e sviluppo commerciale. In una mail del 2024 richiamata dagli inquirenti compare l’idea di una “negoziazione creativa” con il Comune: in cambio di determinate concessioni alla città, alcune aree non sarebbero state contabilizzate come sl. È uno dei passaggi che spiegano perché l’inchiesta non guardi solo alla regolarità formale della vendita, ma anche al modo in cui il privato e il pubblico avrebbero impostato il cuore urbanistico del progetto. A molti osservatori resta una perplessità di fondo: è evidente che Milan e Inter potessero essere gli unici concreti acquirenti dell’impianto e dell’area circostante. Come altro avrebbe potuto e dovuto muoversi il Comune?

Mentre sul piano giudiziario l’iter, con i suoi tempi, è appena avviato, sul piano politico, la reazione è stata immediata. Fratelli d’Italia ha depositato il 9 aprile una mozione per chiedere al Comune di annullare in autotutela la vendita approvata a settembre, sostenendo che l’instabilità dell’atto esponga Palazzo Marino e la città a danni potenziali enormi. Giuseppe Sala ha replicato il giorno dopo liquidando l’iniziativa come destinata a “cadere nel vuoto”. La linea del sindaco è che la città non potesse continuare a trascinare il dossier e che, di fronte all’alternativa tra uno stadio nuovo e l’uscita dei club da Milano, la sua scelta fosse ed è rimasta la prima.

Ma proprio qui sta il punto: l’inchiesta non cade su un terreno vergine. Cade su una storia lunga almeno dieci anni, durante i quali San Siro è stato insieme simbolo sportivo, bene pubblico, questione urbanistica, nodo identitario e oggetto di uno scontro politico sempre più duro. Il sospetto odierno della Procura si innesta quindi su un iter già controverso, segnato da cambi di progetto, frenate, ripartenze, alternative fuori città, interventi della Soprintendenza, ricorsi al Tar, delibere laceranti e una vendita perfezionata letteralmente sul filo del calendario. Proviamo a ricostruire le tappe principali.

Meazza sempre meno competitivo rispetto agli stadi internazionali: il dossier si apre negli anni Dieci

Il dossier torna davvero centrale a metà degli anni Dieci, quando diventa chiaro ai due club che il Meazza, pur restando uno dei simboli del calcio europeo, non è più allineato agli standard economici e funzionali dei grandi stadi contemporanei. La questione non è soltanto sportiva. È finanziaria, commerciale, immobiliare. I club vogliono un impianto capace di produrre ricavi più alti, attivo tutto l’anno, integrato con funzioni di intrattenimento, retail e ospitalità. Il modello non è più il vecchio stadio-monumento, ma la sports entertainment arena.

Nel 2019 la svolta prende forma pubblica. Inter e Milan presentano i due concept finalisti per il “nuovo stadio di Milano”: “La Cattedrale” di Populous e “Gli Anelli di Milano” di Manica/Sportium. Entrambi i progetti non si limitano allo stadio, ma immaginano una trasformazione più ampia dell’area, con spazi commerciali, servizi e un nuovo pezzo di città. Già allora il tema vero non è soltanto quale stadio costruire, ma quanto il futuro del quartiere San Siro debba essere piegato alla logica di un grande progetto di rigenerazione a trazione privata.

Fin dall’inizio, dunque, il confronto non è mai stato soltanto tra vecchio e nuovo. È stato tra due idee di città. Da una parte la Milano che vuole restare competitiva nella corsa europea agli investimenti, alle grandi infrastrutture e agli impianti “esperienziali”. Dall’altra la Milano che considera il Meazza un pezzo di patrimonio collettivo e vede nella sostituzione dello stadio l’ennesimo avanzamento di una logica fondata su valorizzazione immobiliare, funzioni commerciali e privatizzazione del suolo pubblico. Questo dualismo accompagnerà tutta la vicenda, ben prima dell’intervento della magistratura.

Il nodo del vincolo sul secondo anello

La vera cesura arriva però sul terreno della tutela. Negli anni successivi il tema del secondo anello diventa il grimaldello tecnico e giuridico capace di rimettere in discussione qualsiasi scenario. Nel 2023 il Comune di Milano arriva perfino a impugnare davanti al Tar il parere positivo della Soprintendenza sul futuro vincolo culturale, segno di quanto il tema sia ormai considerato decisivo dall’amministrazione. Palazzo Marino, in sostanza, prova a smontare per via giudiziaria l’ostacolo che rischia di bloccare la demolizione o ridimensionare drasticamente la libertà progettuale dei club.

Questa battaglia sul vincolo è uno dei passaggi chiave per capire ciò che accade dopo. La questione non è accademica. Se il secondo anello viene considerato bene culturale tutelato, il progetto di abbattimento e ricostruzione cambia radicalmente, forse salta del tutto. Se invece il vincolo viene interpretato in forma più leggera o spostato in avanti nel tempo, si apre una finestra entro cui alienare l’impianto e far ripartire l’operazione. Il calendario diventa così un elemento sostanziale della partita, non un dettaglio.

Nel settembre 2024 si consuma un’altra svolta. Dopo un incontro tra la Soprintendenza, il sindaco, i rappresentanti dei club e i rispettivi advisor, prende corpo l’idea di un vincolo “soft”, cioè compatibile con una demolizione parziale del secondo anello e con la rifunzionalizzazione di una parte del vecchio Meazza. È il compromesso che consente di riaprire la strada di San Siro dopo le fughe verso altre località. Non è ancora la soluzione finale, ma è il passaggio che consente alla politica milanese e ai club di smettere di trattare il quartiere come un piano B.

Milan e Inter tentate dalla fuga verso San Donato e Rozzano

Prima di quel ritorno, però, c’è stata la stagione delle alternative. Nel 2022-2023 Milan e Inter esplorano con crescente concretezza l’uscita da Milano: i rossoneri guardano a San Donato, i nerazzurri a Rozzano. La conferma ufficiale della pista Rozzano arriva nell’estate 2023, mentre il progetto Milan a San Donato entra a sua volta in una fase più visibile. Quelle mosse non erano soltanto tattiche. Erano il segnale che i club consideravano la vicenda San Siro troppo lenta, troppo esposta a vincoli, troppo politicamente fragile.

Il paradosso è che proprio la minaccia di perdere i due club fuori dal territorio comunale contribuisce a rimettere in moto il dossier del Meazza. Per il Comune, infatti, l’uscita di Milan e Inter da Milano non avrebbe significato soltanto perdere due squadre in un’area simbolica. Avrebbe significato svuotare San Siro del suo utilizzo principale, tenersi sul groppone un impianto gigantesco e aprire una voragine economica, politica e urbanistica. Quando nel 2024 la pista del ritorno a San Siro torna praticabile, anche per Palazzo Marino diventa la strada più realistica.

Un anno fa la ripresa dell’iter e del dialogo con i club

La fase decisiva si riapre l’11 marzo 2025, quando Inter e Milan depositano al Comune il DOCFAP e la proposta di acquisto del Meazza e della GFU San Siro. Una settimana dopo, il 18 marzo, la Giunta approva le linee di indirizzo per sviluppare le attività conseguenti a quella proposta. Il 24 marzo viene pubblicato l’avviso pubblico per raccogliere eventuali manifestazioni di interesse alternative o migliorative: è l’atto che oggi la Procura considera uno dei punti sensibili dell’indagine, perché sospetta che fosse strutturato in realtà sulle esigenze dei club.

Nello stesso marzo 2025 si apre anche un primo fascicolo conoscitivo della Procura sul prezzo della cessione, fissato in 197 milioni di euro, mentre Luigi Corbani e il fronte del “Sì Meazza” spingono sul tema del possibile danno erariale. In quella fase, però, non ci sono ancora indagati né contestazioni formali paragonabili a quelle arrivate un anno dopo. È un avvertimento, non ancora la deflagrazione.

Tra aprile e maggio il procedimento corre. Il 15 aprile parte la conferenza preliminare dei servizi. Il termine dell’avviso pubblico scade il 30 aprile e il Comune comunica il 1° maggio che non è arrivata alcuna proposta alternativa. Questo è uno snodo fondamentale: da quel momento resta in campo solo l’opzione Inter-Milan. A fine maggio la conferenza preliminare si conclude con esito favorevole ma condizionato da prescrizioni, mentre la Soprintendenza colloca al 10 novembre 1955 la data rilevante per il secondo anello, fissando così il perimetro temporale entro cui l’alienazione può avvenire prima dello scatto del vincolo.

La corsa contro il tempo del Comune di Milano

Da quel momento in poi tutto ruota attorno al calendario. Il Comune sa che deve chiudere la partita prima di novembre. I club sanno che ogni rallentamento può rimettere in discussione l’intera operazione. Sul tavolo arrivano nuovi documenti, approfondimenti legali, tecnici ed economico-finanziari. Il 12 giugno 2025 le società presentano un documento descrittivo del progetto del nuovo stadio per chiarire meglio il rapporto tra l’impianto e il comparto plurivalente. L’iter si infittisce e diventa sempre meno soltanto un dibattito politico astratto.

Il 16 luglio 2025 il Tar Lombardia respinge la richiesta di sospensiva presentata dal Comitato Sì Meazza. I giudici non vedono profili tali da far prevedere un esito favorevole ai ricorrenti e considerano “plausibile” la data del 10 novembre 1955 come riferimento per il decorso dei 70 anni. Per Palazzo Marino è una boccata d’ossigeno decisiva: la strada non è ancora libera del tutto, ma il principale ostacolo cautelare viene superato.

Nel frattempo, però, la cornice politica si incrina. Il terremoto della maxi inchiesta urbanistica milanese travolge l’amministrazione nell’estate 2025, Giancarlo Tancredi esce dalla giunta e la tabella di marcia iniziale salta. La delibera che avrebbe dovuto arrivare entro luglio slitta a settembre. Il dossier San Siro non si ferma, ma entra in un’altra fase: più esposto, più contestato, più fragile sul piano politico.

San Siro, a settembre 2025 il via libera alla vendita di Giunta e consiglio comunale

Il 17 settembre 2025 la Giunta comunale approva gli elementi essenziali per la vendita del compendio immobiliare San Siro a Inter e Milan per 197.075.590 euro. Il via libera arriva con il parere contrario dell’assessora Elena Grandi, segno che la maggioranza non è affatto compatta. Ma la scelta politica viene comunque presa. La delibera passa poi al Consiglio comunale, dove il confronto è durissimo e incrocia tutte le obiezioni emerse nei mesi precedenti: prezzo, metodo, tempi compressi, destino del vecchio stadio, natura dell’operazione immobiliare.

Tra il 29 e il 30 settembre 2025 il Consiglio comunale approva la vendita. È il passaggio politico più pesante dell’intera vicenda: non un voto pacificato, ma una seduta lacerante in cui il Comune si assume formalmente la responsabilità di cedere il Meazza e le aree ai club per consentire la realizzazione del nuovo impianto e l’abbattimento parziale del vecchio stadio. Da quel momento l’iter smette di essere soltanto preparatorio. Diventa una scelta deliberata della città, o almeno della sua maggioranza di governo.

Anche dopo il voto, però, il fronte del no non si arrende. Il 10 ottobre 2025 il Tar respinge un’altra richiesta urgente di sospendere gli effetti della delibera, presentata dall’Associazione Gruppo Verde San Siro e da oltre cento residenti. Il 24 ottobre la Giunta approva lo schema di convenzione quadro per perfezionare la compravendita: nuovo stadio da circa 70-71.500 posti, spostamento e riqualificazione del tunnel Patroclo, parziale demolizione e rifunzionalizzazione del Meazza, verde pubblico su circa metà area. A quel punto manca soltanto l’atto notarile.

L’atto arriva il 5 novembre 2025. Milan e Inter completano formalmente l’acquisto della Grande Funzione Urbana San Siro, comprensiva del Meazza e delle aree circostanti. La vendita si chiude prima della data-chiave del vincolo. È il vero punto di non ritorno: da quel momento, almeno sul piano civilistico e amministrativo, San Siro non è più un bene comunale in attesa di destino, ma il cuore di un’operazione già perfezionata.

Poi arriva l’indagine della Procura…

Dopo il rogito, il dossier cambia pelle. Non si discute più se vendere, ma come trasformare urbanisticamente l’area. Il 24 marzo 2026 il Comune avvia il procedimento per l’adozione del Piano attuativo della GFU San Siro e la relativa VAS. Il quadro ufficiale è quello di una riqualificazione per stralci funzionali, con i lavori veri e propri previsti non prima della seconda metà del 2027. Alla vigilia del 31 marzo, dunque, l’operazione appare formalmente in avanzamento: vendita conclusa, nodo del vincolo superato, fase urbanistica successiva già aperta.

Ed è qui che l’inchiesta della Procura cambia tutto. Perché il 31 marzo non investe un progetto ancora da costruire, ma un’operazione già perfezionata. Non arriva mentre il Comune sta decidendo se vendere, ma quando il Comune ha già venduto. Non colpisce una bozza astratta di rigenerazione, ma un iter che si è già tradotto in atto notarile.

Al netto delle formule giornalistiche, il punto dell’accusa è chiaro. I pm non contestano soltanto la scelta politica di fare il nuovo stadio, né il fatto che il Comune abbia privilegiato l’opzione della vendita. Il sospetto è più grave: che il procedimento pubblico sia stato “turbato” attraverso accordi informali e collusioni con i privati, e che l’avviso pubblico sia stato una sorta di passaggio obbligato ma sostanzialmente fittizio, mantenuto in piedi anche per far apparire l’operazione più lineare e più difendibile verso la città. Dentro questa cornice si inseriscono i sospetti sul passaggio di delibere in bozza, sulle informazioni riservate condivise in anticipo, sulla pressione esercitata per “aggiustare” alcuni testi e sulla gestione del nodo urbanistico delle superfici lorde.

San Siro al centro della partita sulla visione futura di Milano

È fondamentale, naturalmente, tenere distinti i piani. Al momento siamo davanti a un’inchiesta, non a una sentenza. Le accuse sono tutte da verificare. Ma l’effetto politico e amministrativo è già enorme. La vicenda San Siro, in fondo, è sempre stata la cartina di tornasole di una domanda più ampia: per Milano quale è il punto di equilibrio tra gli interessi dei grandi investimenti privati e quelli pubblici? Per anni Sala ha difeso la scelta del nuovo stadio come una decisione di governo, non da “passacarte”: meglio decidere che lasciare marcire il dossier, meglio tenere i club in città che perderli, meglio un’operazione imperfetta che l’immobilismo. Questa era la sua tesi prima dell’indagine e resta, in larga misura, la sua tesi anche ora.

Il problema è che l’inchiesta non contesta l’esigenza di decidere. Contesta il modo in cui si sarebbe deciso. E così vuole ribaltare il senso della storia. Quello che per il Comune era il tentativo di chiudere finalmente una partita decennale rischia oggi di apparire, nella lettura accusatoria, come la fase terminale di un accomodamento troppo stretto tra istituzioni e interessi privati. Da un lato c’è chi continua a leggere San Siro come una scelta di realismo amministrativo. Dall’altro chi vi vede ormai il caso-simbolo di una stagione milanese in cui urbanistica, politica e finanza immobiliare si sono mosse troppo vicine le une alle altre. Lo stadio, in questo racconto, diviene così il pretesto simbolico di una partita più larga sulla visione della città.

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