Milano Quotidiano

San Siro, Malangone prova a respingere l’assalto della Procura (che vuole tutte le sue mail e le chat)

Il legale del dg del Comune di Milano al Riesame: "Ricerca per parole chiave troppo ampia". Nel mirino centinaia di migliaia di comunicazioni non rilevanti

(immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)
Aggiungi nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google CLICCA QUI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Non solo l’inchiesta, ma anche il terreno su cui si combatte: quello delle prove digitali. Christian Malangone prova a difendersi da quello che la sua difesa descrive come un “assalto” alle sue comunicazioni private e professionali. Il direttore generale del Comune, tra i nove indagati nell’indagine sulla vendita dello stadio di San Siro, ha impugnato davanti al Tribunale del Riesame il decreto di perquisizione e sequestro dei suoi dispositivi informatici. Al centro del ricorso c’è il metodo utilizzato dalla Procura: una ricerca per parole chiave che, secondo i legali, finirebbe per intercettare una quantità enorme di materiale non pertinente ai fatti contestati.

“Così la Procura acquisisce il 98% dell’archivio delle comunicazioni”

Durante l’udienza, come riportato anche da Il Giorno, l’avvocato Domenico Aiello ha attaccato duramente i criteri scelti dagli inquirenti. “Le oltre 140 parole chiave non delimitano il perimetro della ricerca: lo azzerano”, ha spiegato, sostenendo che la selezione sia solo formale. Secondo la difesa, applicando questi filtri su un arco temporale di sette anni verrebbe “catturato” il 98,36% dell’intero archivio email di Malangone. Anche una semplice ricerca per nome e cognome arriverebbe a intercettare circa il 97% dei contenuti, rendendo di fatto inutili gli altri criteri. Il risultato, per il legale, è un sequestro “integralmente onnicomprensivo”, che finirebbe per includere centinaia di migliaia di comunicazioni estranee all’indagine.

La controproposta: documenti mirati e periodo ridotto

La linea difensiva punta su un’alternativa più circoscritta. Malangone si era detto disponibile a consegnare tre cartelle di documenti direttamente legati alla vicenda del Meazza: trattative con Inter e Milan, contratti e atti amministrativi. Anche sul piano temporale la richiesta è netta: limitare la ricerca a 12 mesi. Una scelta che, secondo i calcoli della difesa, comporterebbe la perdita di appena 403 email pertinenti, ma permetterebbe di escludere oltre 386mila comunicazioni non rilevanti.

L’indagine, coordinata dal pool anticorruzione, ipotizza i reati di turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio nella procedura di vendita dello stadio a Inter e Milan. Secondo i pm, la gara sarebbe stata solo formale, costruita per coprire accordi già definiti. Proprio per questo l’analisi di telefoni e computer è considerata decisiva: attraverso circa 150 parole chiave gli inquirenti puntano a ricostruire le interlocuzioni tra i soggetti coinvolti fino alla fase finale della compravendita. Negli atti sono già presenti numerose chat acquisite in precedenti indagini urbanistiche, relative anche ai dispositivi di Giancarlo Tancredi e Ada Lucia De Cesaris. Ma la fase più recente – quella che porta alla chiusura dell’operazione – è ancora tutta da ricostruire. Il nuovo filone d’indagine potrebbe estendersi anche ai dispositivi di consulenti ed ex manager delle due società calcistiche, mai sequestrati finora. Tra i nomi citati negli atti compaiono anche figure non indagate ma coinvolte nelle trattative, come dirigenti dei club e professionisti legati al progetto del nuovo stadio.

Il Tribunale del Riesame dovrà ora stabilire se i criteri utilizzati dalla Procura rispettino i limiti di proporzionalità e pertinenza. La decisione è attesa nei prossimi giorni e rappresenta uno snodo cruciale: da lì dipenderà il perimetro delle prove utilizzabili e, di conseguenza, il futuro dell’inchiesta sul Meazza.

 

 

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).