Milano Quotidiano

“Aiuto, mi sta accoltellando”: in aula il video degli strazianti ultimi istanti di vita di Pamela Genini

Davanti alla Corte d’Assise proiettate le immagini registrate dalla bodycam degli agenti intervenuti nell’appartamento di via Iglesias a Milano

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Gli ultimi respiri di Pamela Genini risuonano nell’aula della Corte d’Assise di Milano. A registrarli è stata la bodycam di uno degli agenti che, la sera del 14 ottobre 2025, fecero irruzione nell’appartamento di via Iglesias dove la 29enne era stata colpita con 76 coltellate. Il filmato è stato proiettato durante il processo a carico dell’ex fidanzato Gianluca Soncin, accusato di omicidio aggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dalla relazione affettiva con la vittima.

Il video mostrato in aula: “Quelli che sentite sono gli ultimi respiri di Pamela”

A ricostruire l’intervento della polizia è stata l’agente Serafina Di Vuolo, chiamata a testimoniare sulle indagini che portarono all’arresto dell’imputato. “Quelli che sentite sono gli ultimi respiri della vittima che stava spirando”, ha spiegato la poliziotta mentre in aula scorrevano le immagini registrate dagli agenti intervenuti nell’abitazione. Secondo quanto riferito dalla testimone, i poliziotti furono costretti a sfondare la porta per riuscire a entrare. “Soncin ci sbatteva la porta in faccia mentre Pamela moriva”, ha raccontato Di Vuolo. Parole davanti alle quali l’imputato, presente in aula, non avrebbe mostrato particolari reazioni. L’agente si è soffermata anche sull’arma rinvenuta sul tappeto dell’abitazione. “Non è un normale coltello da cucina, è un’arma che si usa in contesti militari”, ha dichiarato Di Vuolo.

La deposizione dei due agenti: “L’abbiamo sentita gridare ‘Aiuto, mi sta accoltellando'”

A ricostruire in aula i drammatici minuti dell’intervento in via Iglesias sono stati anche i due agenti delle volanti arrivati nell’appartamento dove Pamela Genini era stata colpita a morte. I poliziotti hanno riferito di avere sentito la giovane gridare “Aiuto, mi sta accoltellando”, urla definite “strazianti”, seguite prima da rumori e confusione e poi da un improvviso silenzio. Pamela, rispondendo al citofono con la frase “Glovo, secondo piano”, aveva consentito loro di entrare nello stabile. Giunti davanti alla porta dell’abitazione, gli agenti tentarono di forzarla, ma secondo la loro versione Gianluca Soncin oppose resistenza e riuscì a richiuderla. Restò però aperto uno spiraglio, dal quale uno dei poliziotti disse di avere visto il corpo della ragazza riverso a terra e l’imputato in piedi. “Gli abbiamo intimato di aprire per più di venti volte”, ha raccontato l’agente, che durante la testimonianza si è commosso. Solo dopo aver danneggiato il catenaccio i due riuscirono a entrare. La difesa ha però offerto una lettura diversa di quei momenti, sostenendo che Soncin avrebbe chiuso la porta soltanto per liberare il chiavistello e permettere l’accesso. Il punto sarà approfondito nel prosieguo del processo, anche attraverso le immagini depositate in aula. La prossima udienza è fissata per il 5 ottobre.

La mail: “Una sberla non cambia niente”

Nel corso dell’udienza è stata letta anche una mail inviata da Soncin a Pamela nel dicembre del 2024. Nel messaggio l’uomo scriveva: “Anche tu sei manesca ma io le prendo perché quando c’è amore una sberla non cambia niente”. Un passaggio che entra ora nel materiale probatorio esaminato dalla Corte per ricostruire il rapporto tra l’imputato e la giovane e il contesto che precedette il delitto.

 

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