Milano Quotidiano

Torre Milano, visioni agli antipodi tra pm e difese. Il sequestro di un edificio con 320 residenti

Nel processo sul grattacielo di via Stresa chieste condanne fino a 2 anni e 4 mesi e la confisca dell’immobile. Nodo decisivo: l’interpretazione delle norme

Stesse leggi, stesse sentenze, stessi atti amministrativi. Ma in aula, a Milano, accusa e difesa arrivano a conclusioni diametralmente opposte. È il cuore del processo sulla Torre Milano di via Stresa, uno dei filoni più avanzati dell’inchiesta sull’urbanistica cittadina, che potrebbe arrivare a sentenza già a maggio. Per la pm Marina Petruzzella, la qualificazione dell’intervento come “ristrutturazione edilizia” rappresenta un “mostro giuridico” che “il legislatore” non ha “mai sognato” di introdurre e che la giurisprudenza non ha mai riconosciuto. Una lettura che, secondo l’accusa, sarebbe stata sottovalutata o descritta come “strampalata” da parte di una parte della stampa.

Di segno opposto la linea delle difese. L’avvocato Fabio Todarello sostiene che fino al 2023 “tutta la giurisprudenza amministrativa” offriva un quadro chiaro e favorevole alle autorizzazioni, su cui i costruttori hanno fatto legittimo affidamento.

Al centro del processo c’è la modalità con cui è stato autorizzato il grattacielo da 24 piani e 82 metri di altezza, realizzato al posto di due edifici di due e tre piani. Secondo la Procura, non sarebbe stato sufficiente una semplice Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) qualificata come ristrutturazione edilizia. Da qui l’ipotesi di lottizzazione abusiva contestata a otto imputati tra costruttori, architetti e funzionari comunali. Per le difese, invece, il titolo edilizio è stato rilasciato nel rispetto delle norme vigenti e sulla base di un orientamento consolidato, incrinato solo successivamente da alcune sentenze amministrative.

La richiesta della pm: confiscare un palazzo in cui vivono 320 residenti

La pm ha chiesto condanne comprese tra 1 anno e 2 anni e 4 mesi per gli imputati. Ma il vero punto critico è la richiesta di confisca dell’immobile. Un eventuale esito definitivo di condanna non porterebbe alla demolizione della torre, ma al trasferimento della proprietà al Comune. Una prospettiva che apre scenari complessi, soprattutto per i 320 residenti dei 102 appartamenti già abitati. Le difese insistono sul paradosso che si verrebbe a creare. “Chi sta conducendo le indagini, in nome del diritto alla casa e alla lotta alla speculazione, chiede che la casa venga tolta a chi l’ha comprata prima delle indagini”, osserva l’avvocato Michele Bencini, legale del costruttore Stefano Rusconi. Un tema che richiama il principio dell’affidamento del terzo in buona fede, già valorizzato in passato in altre vicende urbanistiche milanesi per evitare sequestri. Gli avvocati sottolineano inoltre come il Comune continui a difendere la legittimità del titolo edilizio. “La pubblica amministrazione non solo ha confermato il titolo edilizio, ma l’ha difeso ancora oggi”, evidenzia l’avvocato Federico Papa.

Per la pm, invece, sarebbero stati violati limiti “inderogabili” su densità, altezza e distanza degli edifici, con effetti negativi sul paesaggio urbano e sulle condizioni di luce e vivibilità della zona. Le arringhe delle difese proseguiranno il 29 aprile. Poi la decisione del giudice monocratico Paola Braggion, chiamata a dirimere un conflitto interpretativo che va ben oltre il singolo edificio e potrebbe avere effetti su decine di operazioni immobiliari a Milano.

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