Milano Quotidiano

Tre storie per spiegare un giornale

Pietro Tatarella, Enrico Pazzali, Christian Malangone: tre uomini finiti in un assurdo tritacarne giudiziario-mediatico. Ecco: noi vorremmo provare ad essere un po' meglio di così

Pietro Tatarella ed Enrico Pazzali (immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)
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Gli editoriali di nascita o insediamento alla direzione di un giornale sono un po’ tutti uguali. Scritti benissimo. Con tante belle parole. “Daremo una bussola ai lettori per orientarsi”, “saremo aderenti ai fatti”, “informazione misurata e senza sbavature”. Cose così. A condimento qualche mezza citazione per la fascia alta dei lettori. Sono un po’ tutti uguali, diciamocelo. Così, mentre riflettevo su quale potesse essere un buon editoriale di nascita del nuovo milanoquotidiano.it, qualche giorno fa, ho pensato che raccontare alcune storie di attualità fosse la cosa migliore da fare. Ne ho prese tre. Tutte controverse. Tre storie raccontate male, perché c’è stata la volontà di raccontarle male.

Tatarella “asserito” amico dell’uomo del clan Senese

La prima. I giornali in questi giorni si stanno molto occupando del caso della Meloni e di un tale Gioacchino Amico, collaboratore di giustizia e referente del clan Senese per la Lombardia. Tralasciamo l’assurdità di prendere la premier e crocifiggerla per un selfie. E concentriamoci un attimo sulle tante cose che sono state scritte su questo Gioacchino Amico. Si è parlato di una vasta rete di politici che sarebbero stati “amici dell’Amico”. Tra questi Pietro Tatarella, già consigliere comunale. Tatarella è famoso perché è stato in carcere, nel 2020, e poi è stato trascinato in manette con la catena (come la Salis, ma in Italia), e poi è stato assolto due volte, con formula piena. Questo Gioacchino Amico, parlando con un suo conoscente, nel 2019, diceva che Tatarella era roba sua, che di qui e che di là. Le forze dell’ordine che cosa fanno? Una bella informativa. In cui scrivono che Tatarella è “asserito” amico di Amico. “Asserito”, ovvero che Amico lo dice ma che di conferme non ce ne sono, anche perché Tatarella l’aveva visto proprio nell’occasione del selfie delle Meloni, senza scambiarci mezza parola. E poi era finito, da innocente, in carcere.

L’informativa – alla faccia del segreto istruttorio – viene passata ai giornali, e questi ne scrivono. Finisce che Tatarella va sui giornali come fiancheggiatore del clan Senese. Addirittura qualcuno sbaglia e scrive che Tatarella è il referente del clan Senese. Dunque: in carcere da innocente, assolto due volte e poi da innocente assolto comunque colpevole per una informativa mai vagliata da un giudice.

Pazzali, per la stampa è già il mandante di tutti i dossier

La seconda storia riguarda Equalize. Anzi, in effetti non riguarda Equalize, ma i media. Andiamo per ordine: c’è una azienda di Milano di proprietà dall’ex presidente di Fondazione Fiera Enrico Pazzali, e gestita in toto dall’ex superpoliziotto Carmine Gallo. Fanno “reputation”, cioè controllano se le persone hanno ombre nel loro passato che possano mettere a repentaglio aziende o altro. Il problema è che Gallo, con tutta la sua rete, avrebbe poi iniziato a fare accessi illegali per costruire veri e propri dossier.

Per gli inquirenti alcuni di questi dossier Gallo li avrebbe fatti per Pazzali. Pazzali si difenderà in aula, e di questa storia sapremo la verità alla fine (forse) del processo. In questi giorni è stata fatta la richiesta di rinvio a giudizio per una ottantina di persone. Perché i dossier sono stati tanti, su personaggi molto diversi. La cosa incredibile è che questi dossier non sono stati fatti tutti da Equalize, ma da più realtà, che operavano autonomamente. Risultato finale? Pazzali – per il quale ancora non è emersa una prova una sul fatto che sapesse che Gallo accedeva illegalmente alle banche dati – viene dato da tutti i giornali come mandante di tutti i dossier. Vita distrutta, carriera distrutta.

Perché la Procura vuole il cellulare di Malangone

La terza storia riguarda Christian Malangone. Di mestiere fa il direttore generale del Comune di Milano. Conobbe Beppe Sala ai tempi di Expo, dove ricopriva lo stesso ruolo. Per “premiarlo”, visto che aveva fatto bene il suo lavoro, lo inquisirono e poi condannarono in primo grado. Poi lo assolsero con formula piena, ed è approdato appunto a Palazzo Marino. Oggi Malangone è come uno dei busti che stanno al piano nobile del Comune di Milano: c’è sempre. Giorno e notte. A lavorare. E’ al centro di tutte le decisioni difficili, delle scelte, delle traiettorie. Malangone è un esecutore delle volontà politiche, ma di quelli bravi. Molto bravi.

A Milano, come tutti sanno, c’è un gran casino sull’urbanistica: inchieste, sequestri, richieste di espropri proletari di palazzi già costruiti. C’è di tutto, e i capitali fuggono. Solo che malgrado quelle inchieste i magistrati non sono riusciti a mettere le mani sul cellulare di Christian Malangone. Che ovviamente contiene (o meglio, è questo quello che sperano i pm) tutte le conversazioni con il mondo politico del centrosinistra milanese. Poi però arriva la questione dello stadio. L’inchiesta più stupida del mondo: si accusa il comune di non aver fatto una gara per venderlo. Come se non fosse stato chiaro fin dall’inizio che a comprarlo dovevano essere Milan e Inter. O meglio: potevano essere solo loro.

Provate a chiedere in giro chi ha 200 milioni da investire solo sull’acquisto del bene, più tutto il resto per riqualificare le aree. Inchiesta stupida dunque, ma che ha un senso: perché grazie a questa inchiesta Malangone si è visto sottrarre il cellulare, così si può prevedere che ci sarà una nuova ondata di fango sui giornali. (Sempre che Malangone non abbia attivato i messaggi effimeri…) Esattamente come l’estate scorsa, quando i quotidiani pubblicarono le chat private di Boeri, Sala, Malangone (ma prese dal cellulare di Boeri).

Sono tre storie. Tutte e tre raccontate assai male perché c’è una narrativa imposta dall’alto, quella delle carte giudiziarie, quella della negazione del garantismo (che non finisce perché si è perso un referendum, cari amici di centrodestra). Ecco, in questo editoriale di lancio di milanoquotidiano.it vorrei dire solo questo: cercheremo di fare meglio di così, riparando a un po’ di torti pubblici, quando e come riusciremo.

 

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