Cronaca

Modena, l’ombra del terrore ora spaventa anche noi

Un’auto sulla folla, poi il coltello: il movente resta da accertare, ma quanto accaduto in via Emilia riapre il tabù su sicurezza, radicalizzazione e integrazione fallita

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Ci sono immagini che l’Europa conosce fin troppo bene. Un’auto che irrompe sulla folla, i passanti falciati, le urla, la corsa disordinata di chi scappa senza sapere da cosa, una strada del centro che in pochi secondi smette di essere una strada e diventa uno scenario di guerra. Ieri pomeriggio è successo a Modena, in via Emilia, poco prima delle 17. Una Citroen C3 è piombata sui pedoni, ha travolto chi si trovava lì per caso, poi ha finito la sua corsa contro una vetrina. Il bilancio è pesantissimo: otto feriti, quattro gravi, persone ricoverate tra Modena e Bologna, una donna in pericolo di vita, amputazioni, prognosi riservate. La solita normalità del sabato pomeriggio trasformata in un incubo.

Alla guida c’era Salim El Koudri, 31 anni, italiano di origini marocchine, nato in provincia di Bergamo e residente nel Modenese. Laureato in Economia, in passato seguito da una struttura psichiatrica, ora fermato con accuse gravissime: strage e lesioni aggravate. Le indagini sono in mano alla Procura di Modena, mentre la Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Bologna segue il caso. E già questo basta per capire che non siamo davanti a un semplice incidente stradale, a una sbandata, a una fatalità da archiviare con due righe di cronaca.

Dopo lo schianto, secondo quanto ricostruito, El Koudri sarebbe uscito dall’auto armato di coltello. A fermarlo non sono stati i grandi apparati, non sono stati i protocolli, non sono stati i convegni sulla sicurezza urbana. Sono stati alcuni cittadini. Tra loro Luca Signorelli, che ha raccontato così quei secondi: “E’ partita una colluttazione. Mi sono arrivati due fendenti, uno al cuore e l’altro alla testa”. Poi ha spiegato di essere riuscito a bloccare “il polso e l’ho neutralizzato”. In “4-5” persone, ha detto, sono riuscite a immobilizzarlo. Ecco, in mezzo alla tragedia c’è anche questo: la reazione istintiva di chi non si gira dall’altra parte.

Il procuratore di Modena Luca Masini ha usato parole nette, che sarebbe bene non annacquare. Sono “chiare ed evidenti le precise volontà di porre in pericolo l’incolumità pubblica e non solo la vita delle singole persone offese, in una via del centro cittadino e in un ambito spazio-temporale privo di soluzione di continuità”. E ancora: “L’orario scelto era di massima presenza per cittadini, avventori di esercizi commerciali e pertanto colpiti in maniera indiscriminata, indeterminata e deliberata dal prevenuto”. Poi la cautela doverosa: “Sono in corso indagini al fine di individuare il movente della condotta”. Tradotto: la volontà di colpire, secondo l’accusa, c’era. Il movente, invece, va ancora accertato.

Ed è proprio qui che comincia il problema. Perché in questi casi parte sempre la grande corsa a tranquillizzare. Prima ancora di capire, si sente il bisogno di derubricare. Squilibrato. Problemi psichiatrici. Gesto isolato. Nessun legame emerso con il terrorismo. Tutte ipotesi possibili, per carità. Alcune forse anche probabili. Ma l’urgenza di spegnere la domanda prima ancora di formularla è diventata una liturgia. E la domanda è semplice: perché un uomo prende un’auto, la lancia contro persone sconosciute in una via piena di gente e poi scende con un coltello?

!!! ATTENZIONE IMMAGINI FORTI !!! ECCO IL VIDEO DELL’AUTO LANCIATA SULLA FOLLA

Chi ha memoria non può non pensare a Nizza, a Berlino, a Londra, a Barcellona. Non perché Modena sia automaticamente Nizza. Non perché ogni gesto folle sia terrorismo. Ma perché la dinamica è quella che l’Europa ha imparato a temere dal 2016 in poi: il veicolo usato come arma, la folla come bersaglio, il centro cittadino come teatro. Una testimone lo ha detto senza tanti giri di parole: “La scena era la stessa di la Promenade des Anglais di Nizza, io a quel punto sono scappata”. Uno studente ha aggiunto: “Anche io ho pensato subito a un attentato — riporta Repubblica — ero in una via a pochi metri, ho sentito solo l’esplosione. E mi è sembrata una bomba o una fuga di gas”.

Poi certo, la giustizia deve fare il suo corso. Le perquisizioni, i filmati delle telecamere, le testimonianze, la documentazione sanitaria, l’analisi dei dispositivi, dei profili social, dei contatti. Tutto va verificato. Nulla va anticipato per suggestione. Ma nemmeno rimosso per convenienza. Gli investigatori dovranno capire se El Koudri abbia agito per delirio personale, per rabbia, per instabilità mentale, per imitazione, per radicalizzazione o per un miscuglio di fattori che oggi è sempre più difficile separare. Il punto è proprio questo: nell’Europa degli ultimi anni la figura del “lupo solitario” è spesso un intreccio opaco di disagio psichico, isolamento, frustrazione, propaganda online, identità spezzate e violenza improvvisa.

Come riportato dal Corriere della Sera, i suoi profili social risultano chiusi o oscurati. Anche qui, niente processi anticipati. Ma è evidente che gli inquirenti dovranno capire cosa sia successo lì dentro, nella vita digitale di un uomo che oggi viene accusato di avere deliberatamente colpito passanti inermi. Perché oggi la radicalizzazione, quando c’è, non passa necessariamente da una moschea clandestina o da una cellula strutturata. Può passare da una chat, da un video, da un algoritmo, da una solitudine che trova finalmente una bandiera sotto cui sentirsi qualcuno.

Salim Elkoudri, 31 anni, marocchino: chi è l’attentatore di Modena

A Modena, però, non sono stati colpiti simboli militari, ambasciate, luoghi del potere. Sono stati colpiti passanti. Cittadini qualunque. Persone che stavano camminando in centro. Ed è questa la cosa più inquietante, perché rende tutti potenziali bersagli. La donna che guarda una vetrina. Il turista che visita la città. Il padre che attraversa una strada. La coppia che passeggia. La normalità, appunto. Quella che dovrebbe essere protetta prima di ogni altra cosa.

Ora arriveranno le formule prudenti e in parte è giusto che arrivino. Non bisogna inventare moventi. Non bisogna trasformare un sospetto in sentenza. Ma non bisogna nemmeno rifugiarsi nella favola rassicurante per cui certi gesti non significano mai nulla oltre la follia individuale. Perché la follia individuale, quando prende un’auto e la usa come arma contro una folla, diventa comunque un problema pubblico. E quando quel gesto ricalca scenari già visti in mezza Europa, la politica e la sicurezza hanno il dovere di guardare in faccia la realtà.

Modena ieri ha visto qualcosa che speravamo di non vedere mai in Italia. Forse alla fine scopriremo che non c’era alcuna matrice terroristica. Forse scopriremo che il movente era tutto nella mente malata di un uomo. Ma anche in quel caso resterà una domanda enorme: quante persone così camminano invisibili nelle nostre città, fuori controllo, magari già seguite e poi perse, magari chiuse in una bolla digitale, magari pronte a trasformare un disagio privato in una strage pubblica?

Modena, l’aggressore fermato dal cittadino-eroe: spunta il video

Non è questione di fare processi collettivi, né di trasformare l’origine di una persona in una colpa. Sarebbe ingiusto e anche stupido. Ma sarebbe altrettanto stupido fingere che il tema dell’integrazione non esista. Per decenni l’Europa ha aperto le frontiere senza costruire una politica migratoria davvero all’altezza: senza selezione seria, senza controllo efficace, senza una reale capacità di integrare chi arrivava e senza il coraggio di espellere chi rifiutava le regole comuni. Il risultato, in molte periferie e in molte biografie spezzate, è una terra di mezzo pericolosa: persone formalmente dentro le nostre società, ma culturalmente, psicologicamente o socialmente ai margini. Non significa che ogni fallimento individuale sia colpa dell’immigrazione. Significa però che l’integrazione fallita, quando incontra disagio, isolamento e radicalizzazione, può diventare una miscela esplosiva. E aver aperto le frontiere decenni fa senza una politica migratoria decente potrebbe essere pericoloso.

La pietà, oggi, va ai feriti. La gratitudine a chi ha avuto il coraggio di intervenire. La cautela agli investigatori. Ma alla politica spetta altro: non addormentare i cittadini con parole anestetiche. Perché una società libera non vive di panico, certo. Ma muore quando decide di non voler più capire ciò che la spaventa.

Franco Lodige, 17 maggio 2026

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