
Su tutto si può discutere nella vita, anche della colonizzazione romana di Dolce & Gabbana, ma non sul fatto che l’articolo de Tomaso Montanari sia il più marmoreo dell’anno. Ovviamente by Fatto Quotidiano, what else? Un giorno forse capiremo perché quel vecchio Calandrino di Marco Travaglio abbia deciso di rifare cinquant’anni dopo Lotta Continua con tutte le pallosità demenziali del caso. Madò che pesantezza atomica. Tomaso se la prende in entrata con l’Alessandro Onorato assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda della giunta di Gualtieri, infilato in un fricantò carrieristico tra Veltroni, Berlusconi, Storace, Zaia e l’immancabile Bezos di Vacanze a Venezia; non gli va al Tomaso il forsennato trasformismo dell’assessore, vergogna, dove andremo a finire: ma solo ai grillini è lecito riconvertirsi da apriscatole di tonno a scatolette di caviale statalista?
Ma al Tomaso non gli va più manco più il gender in quanto griffato. “Per un attimo si avrebbe perfino la tentazione di ritenere sincera la convinzione che Dolce & Gabbana abbiano “lanciato” questo sconosciuto paesello senza storia: Roma! Un ribaltamento del reale che farebbe anche ridere se non fossimo di fronte ad un turismo estrattivo e distruttivo che deve essere governato, arginato e semmai ridotto: tutto tranne che incrementato. L’ormai infinita letteratura scientifica che ha dimostrato il nesso tra overtourism e morte delle città come comunità civili, espulsione dei residenti, trasformazione in location non è nota all’assessore Onorato: e forse davvero l’ignoranza è una benedizione, se consente di essere così orgogliosi di un simile disastro culturale e civile”.
Overtourism? Ma parlet cume te manget, Tomaso! Montanari è scandalizzato, non si tiene, non se ne fa una ragione del fatto, sul Fatto, che “Tra il 12 e il 15 luglio scorsi, Dolce&gabbana sono diventati padroni di via Veneto, dei Fori Imperiali e di Ponte Sant’angelo. In cambio di una contropartita risibile, un pezzo (e che pezzo!) di città è stato chiuso per giorni a residenti e turisti, privatizzato e trasformato in un acquario per ricchi”. I ricchi! Esecrati quanto i ricchioni, se è lecito infierire. Ma se può distruggerci Tomaso con pezzi completamente vani ed evanescenti, ancorché piombati, come questo…
Una processione di luoghi comunisti, i ricchi no, la èlite selezionata che schifo, la polizia repressiva che tiene a bada la folla, le masse, uno procede (ammesso che dopo 4 righe non si sia già spappolato i coglioni) e dice, tanto arriva, attento mamma che arriva, arriva la citazione de “La grande bellezza”, Dio, lo sento, potrei toccarlo, mi ci gioco quello che vuoi che arriva… E difatti arriva! Però non subito, prima si paga pegno, anzi dazio, che va di moda, ad altri topoi logorati, Metropolis di Lang, La dolce vita felliniana. Ma eccola che arriva “l’imbarazzante bignami della Grande Bellezza, incapace di cogliere il lato tragico di quel film: quello di una Roma e di una Italia morte e stramorte, come stelle che mandino ancora luce senza esserci più. Il chiasso degli abiti-cartolina e l’eccesso pseudo-barocco non riuscivano a coprire il tanfo della decomposizione dell’idea stessa di città, umiliata dalla trasformazione in vetrina e dalla estrema banalizzazione della sua storia e della sua cultura”.
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Sì, va bene, come no. Al Tomaso la città reclusa, inaccessibile, andava bene solo quando la decomponeva il Conte dei lockdown con la scusa dell’emergenza sanitaria. Lì non soffriva i deserti, non la vedeva l’indecenza classista per tenere la plebe segregata. “Almeno in questo, le giornate di Dolce&gabbana sono state uno specchio fedele di questa epoca di genocidi e massacri, un ritratto perfetto di una élite occidentale senza memoria, senza decenza e senza cultura. L’assessore si autocelebra, perché avrebbe reso Roma “dinamica, moderna e attrattiva”. Ridiamo: per non urlare”. No! Urliamo per non ridere e anche per non piangere. Urliamo di insofferenza, urliamo tutti insieme: sì ma che due maroni spappolati peggio del fegato di Vasco Rossi. Ma cosa c’entrano i genocidi e i massacri. Ma tutto sto casino siccome han dato un pezzo di Roma per un evento modaiolo, e vabbè, caro, dai, che a Roma si paralizza l’impossibile ogni giorno per le cazzate più assortite.
Poi, ripetiamo, si può discutere dell’opportunità, dell’eleganza, si può eccepire sul mero calcolo delle quantità come lo fa l’assessore trasformista, “Dolce&gabbana ha prenotato da mesi oltre 10 mila pernottamenti e, in tutto, lavoreranno oltre 2500 persone oltre a tante piccole-medie aziende locali coinvolte come fornitori. Per il territorio ci sono benefici enormi. Tutto il mondo parlerà di queste sfilate, le cui foto nelle location uniche che abbiamo faranno il giro del mondo e saranno una vetrina incredibile per la nostra città”. Che può piacere e non piacere, non di solo business vive l’uomo e anche l’urbe eterna, ma che di nuovo in una città fatta a inferno e incanto come Roma, che sembra a volte inventata per fare da quinta agli eventi, alle sfilate? Se un Montanari si mette a rognicare sugli eventi dei sarti, non finisce più, se gli deve contrapporre i genocidi e i massacri non si vive più, si finisce al manicomio. Tomaso contro D&G, meglio di Maciste contro Mario Merola.
Ma la vera ragione, ti conosco mascherina, il Tomaso mica la dice. E cioè che c’è maison e maison, D&G gli stanno sul gozzo, magari uno stilista grilletto gli andava meglio. C’è pure giunta e giunta, se la faccenda la metteva in piedi la statista Virginia Raggi, lo volevamo vedere Montanari a scagliarsi contro le élite. E insomma non ce n’è più per nessuno: l’unica che i due Dolce e Gabbana possono fare, è lasciar sfilare degli indossatori maranza, preferibilmente pregiudicati e giammai inseguiti dai carabinieri. Magari in quel caso il Tomaso li perdona.
Max Del Papa, 21 luglio 2025
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