Lo scorso giugno, il celebre scrittore Emmanuel Carrère ha avuto l’onore (e la pazienza) di seguire il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron durante il G7 in Canada, inclusa la tappa in Groenlandia. Quello che è emerso dal resoconto dell’autore, è assai simile ad un weekend accanto ad un influencer: il ritratto di un uomo convinto di essere uno statista di spessore, ma che finisce per sembrare un testimonial per delle proteine in polvere, impegnato più a scolpire la propria muscolatura che il futuro dell’Europa e della Francia.
Prima tappa: il presidente sbarca a Nuuk (fermata intermedia ad hoc per mostrare sostegno alla Groenlandia dopo le polemiche con gli Usa) come se fosse sbarcato sulla luna. Sguardo solenne, passo deciso, outfit aderente che sembra scelto dallo stylist di un set di un film d’azione. Carrère annota, senza giudicare, ma lasciando che ogni particolare surreale si autoevidenzi. Il discorso è un collage di slogan: “clima” ripetuto a mitraglia, con la cadenza ipnotica di chi spera che la retorica salvi la baracca. L’annuncio di aprire un consolato francese a Nuuk per fare un dispetto a Trump suona più come una boutade da Cetto la Qualunque che come un vero gesto strategico: un souvenir istituzionale per Instagram, non una decisione ponderata e diplomatica.
E così, mentre il mondo discute guerre, recessioni, catastrofi ambientali, Macron gira il mondo e gira imperterrito anche un documentario su se stesso.
Carrère lascia emergere tra le righe una verità ancora più amara: Macron non parla per convincere, ma per costruire la sua aura. Ogni frase è studiata per avvolgere l’interlocutore o lo spettatore in un involucro di presunta forza e mano ferma. In patria, intanto, la Francia brucia di rabbia sociale, l’indice di gradimento precipita e il parlamento è un campo minato. Ma lui sorvola tutto e tira dritto. La sua arma? Il carisma da palcoscenico, che però non ferma i problemi della gente comune.
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E così, nei diari di questo G7, resta impressa l’immagine emblematica: Macron che si palpa il bicipite in una foto postata dai canali ufficiali dell’Eliseo. Un presidente che sente l’ancestrale bisogno di far vedere all’Europa (che brama di dirigere) che è lui e solo lui il suo condottiero instancabile. Un influencer di barrette proteiche. Siamo arrivati a questo, sipario.
Tuttavia, Macron poi si supera e arriva persino a confidare candidamente a Carrère che è stato eletto perché la situazione geopolitica di oggi è troppo complicata per chiunque altro, perché lui è l’uomo dei tempi impossibili. Si crede qualcosina più di Tom Cruise in “Mission impossible”. È autore di un pensiero che sconfina non solo nell’egocentrismo, ma in una forma di autoinvestitura messianica. Come se il caos del mondo avesse implorato proprio lui, Emmanuel il Grande, di salvarlo dal disordine.
In questa tragicommedia, spunta persino un siparietto surreale: Carrère, con una punta di ammirazione sincera, definisce Giorgia Meloni intelligente, brillante, verace e molto più sobria di quanto ci si aspettasse. Anche se, dice lui, “essendo di destra è meglio non parlarne”.
Uno scrittore a schiena dritta…
In ultima istanza: cosa resta di Macron? Il suo bicipite e la sua autostima interminabile. Perché lui non è il leader politico che ci meritiamo, ma è il bodybuilder di cui abbiamo bisogno adesso!
Alessandro Bonelli, 28 luglio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


