Cronaca

Naufragio Cutro, il vergognoso processo a sei militari: cosa non torna nel teorema

Naufragio colposo e omicidio colposo plurimo: queste le accuse rivolte agli uomini in divisa per la tragedia del febbraio 2023

Ci risiamo. Stavolta tocca a sei militari — quattro della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, uomini dello Stato, servitori in divisa — finire alla sbarra. Reato? Non aver salvato in tempo un’imbarcazione usata dai trafficanti di esseri umani, il caicco “Summer Love”, naufragato nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a Steccato di Cutro, in Calabria. Il bilancio, tragico, è noto: 94 vittime, tra cui 35 minori. E ora, a finire sotto processo, non sono gli scafisti, non le reti criminali internazionali, non chi lucra sulle tragedie in mare, ma i finanzieri e i militari della Guardia costiera.

Sì, avete capito bene. Il Gup di Crotone, Elisa Marchetto, ha deciso di rinviare a giudizio sei servitori dello Stato, accusati nientemeno che di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Il processo inizierà a gennaio. Sul banco: Giuseppe Grillo, Capo turno della sala operativa del comando provinciale della Guardia di Finanza, Alberto Lippolis, finanziere comandante del Reparto Aeronavale (Roan) di Vibo Valentia, Antonino Lopresti, finanziere ufficiale in comando tattico e controllo tattico al Roan di Reggio Calabria, Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo aeronavale di Taranto, Francesco Perfido, ufficiale di Ispezione in servizio all’Imrcc di Roma  e Nicola Nania, ufficiale di ispezione della Costiera.

L’accusa? In poche parole: secondo il pubblico ministero Pasquale Festa, ci sarebbe stato un “mancato scambio di informazioni”, delle sottovalutazioni, qualche ritardo operativo, addirittura un radar non abbastanza efficace. Tutto, secondo l’accusa, riconducibile a una procedura di monitoraggio “mal gestita”. Ma attenzione: non si parla mai abbastanza del contesto. Quella notte il mare era forza 5-6, le condizioni erano proibitive. I mezzi scarseggiavano. Ma evidentemente lo Stato, quando va processato, deve essere perfetto. Anche sotto la tempesta.

E nel frattempo? Le Ong, ovviamente tutte ammesse come parti civili, e ben 88 familiari costituiti parte civile (su 113 richieste). Perché in Italia — ormai lo sappiamo — le organizzazioni non governative sono trattate come autorità morali infallibili, mai come attori con interessi anche politici. E i finanzieri? Trattati come imputati qualsiasi. Eppure parliamo di uomini che difendono i confini, che pattugliano i mari, spesso con mezzi ridotti, turni infiniti, in condizioni da missione militare permanente. Uomini che stanno affrontando da soli un peso umano, morale ed economico enorme.

La ricostruzione giudiziaria

Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Crotone, alle ore 23:26 del 25 febbraio 2023, dalla sala operativa del Reparto aeronavale della Guardia di finanza, il capoturno Giuseppe Grillo comunicò con un collega della Guardia costiera di Reggio Calabria, sostenendo che l’intervento su un’imbarcazione avvistata in precedenza da Frontex spettasse alla Guardia di finanza. Si trattava del caicco Summer Love, sospettato di trasportare migranti. Grillo riferì: “Per il momento è un’attività di polizia che stiamo valutando noi, abbiamo là una nostra motovedetta che l’attenderà, mare permettendo…”.

Nella stessa notte, il caicco proseguì la navigazione nello Ionio, in condizioni meteo marine difficili, senza lanciare segnali o may-day. Il mare era forza 4, con vento da sud forza 7 in peggioramento. Una consulenza tecnica disposta dalla Procura ha confermato la severità del contesto operativo. Secondo l’inchiesta, il mezzo non fu più monitorato attivamente, e le imbarcazioni della Guardia di finanza – il pattugliatore Barbarisi e la motovedetta 5006 – rientrarono in porto a causa delle difficoltà riscontrate in navigazione. Le autorità finanziarie avrebbero inoltre comunicato l’intenzione di attendere l’imbarcazione a due o tre miglia dalla costa, senza accettare l’impiego di mezzi alternativi più adatti alle condizioni meteo.

Secondo la Procura, sarebbero emerse gravi negligenze operative. In particolare, viene contestata l’assenza di un efficace monitoraggio e la mancata condivisione di informazioni tra le due forze coinvolte, che – secondo l’accusa – avrebbe potuto attivare per tempo un’operazione di soccorso (evento SAR) e quindi evitare l’impatto del caicco sulla secca. Le accuse principali riguardano la Guardia di finanza, che secondo l’inchiesta avrebbe omesso di comunicare le difficoltà operative incontrate, ritirando le proprie unità senza garantire un passaggio di consegne chiaro. Tuttavia, anche alla Guardia costiera viene contestata una presunta passività: secondo la Procura, gli ufficiali non avrebbero verificato se la Guardia di finanza stesse monitorando effettivamente l’imbarcazione, né avrebbero preso iniziative autonome per attivare un intervento di soccorso.

Il quadro normativo di riferimento è l’accordo tecnico operativo del 2005, ancora vigente, che prevede l’intervento iniziale della Guardia di finanza in caso di sospetto traffico di migranti, con monitoraggio occulto e, se necessario, visivo all’ingresso nelle acque territoriali. Solo successivamente, in presenza di un rischio per le vite umane, è previsto l’intervento della Guardia costiera. Secondo la Procura, in questo caso non sarebbero state rispettate tali procedure, e ciò avrebbe impedito l’attivazione di un tempestivo intervento di salvataggio.

L’assalto alla divisa

Ma gli uomini in divisa hanno operato secondo le regole di ingaggio. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, il caicco era arrivato senza apparente difficoltà davanti al porto di Crotone diverse ore prima della tragedia. Gli scafisti avrebbero deciso di attendere, nonostante il mare grosso, per sfuggire ai controlli. “Hanno fermato la navigazione, dopo il cambio di rotta la nave ha urtato qualcosa e ha iniziato a imbarcare acqua e a inclinarsi” una delle varie testimonianze.

Ma non solo. L’operazione di soccorso non venne attivata perché il report di Frontex non segnalava una situazione critica. Anzi, quando è stata avvistata la barca, non navigava in difficoltà. E, come ribadito in precedenza, non vi erano chiamate di richiesta d’aiuto. Il caso dunque non riguardava un’operazione di soccorso, ma solo una a carattere investigativo, tant’è che venne interpellata la Guardia di Finanza. Da qui la decisione degli scafisti di dirottare il barchino collidendo con un roccia.

Oggi l’aria che tira è chiara: chi indossa una divisa è colpevole fino a prova contraria, specialmente se osa applicare le regole — quelle stabilite nel 2005, confermate dal governo Draghi — che prevedono il monitoraggio occulto e l’intervento successivo della Guardia costiera solo in caso di necessità di soccorso.

Così siamo arrivati all’assurdo: si giudica chi, con poco, ha cercato di fare il massimo. E nel frattempo si continua a ignorare la vera causa di queste tragedie: i trafficanti di uomini, i porti da cui salpano le carrette del mare, le regole europee che costringono l’Italia a essere sola in questo fronte. Ma tranquilli, il processo va avanti. E tra carte bollate e requisitorie morali, ci sarà tempo per trasformare chi difende i confini… nei veri imputati della narrazione.

Franco Lodige, 22 luglio 2025

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