Il XXI secolo passerà alla storia per molte ragioni. Per le guerre lampo e la laicizzazione delle ideologie, per l’ossessione tecnologica e il culto del consumo. Ma soprattutto per una vergogna che non osa dire il suo nome: l’estinzione silenziosa dei cristiani d’Oriente. Là dove Cristo è nato, là dove il Vangelo ha mosso i primi passi, non ci sono più cristiani. O meglio: ne restano pochi, spaventati, abbandonati, costretti a scegliere se fuggire, convertirsi o morire. Un secolo fa ci fu il Metz Yeghérn, “il Grande Male”, il genocidio degli armeni. Allora il mondo si voltò dall’altra parte, e Hitler imparò la lezione: si può sterminare un popolo e farla franca, se la memoria è debole e le coscienze distratte.
Oggi la storia si ripete, con altre forme e altre bandiere, ma con lo stesso risultato: comunità che duravano da duemila anni vengono cancellate in pochi decenni, mentre l’Occidente gioca con le sue ideologie da salotto e i governi si riempiono la bocca con parole come pace, diritti, inclusione. Non furono solo gli armeni: furono gli assiri, i siriaci, i caldei. Intere comunità cristiane spazzate via dall’idea folle e criminale dei Giovani Turchi di costruire una nazione pura, uniforme, senza più “l’altro”. Prima della Grande Guerra, un abitante su cinque in Anatolia era cristiano. Oggi, in Turchia, sono meno dell’un per cento. Una cancellazione. Una pulizia etnica riuscita.
Eppure, la cosa più scandalosa non è solo il crimine: è il silenzio che lo ha accompagnato. Nessuna Norimberga, nessuna memoria condivisa. Solo negazionismo, oblio e la complicità di chi non ha voluto vedere. È lì che il mondo ha imparato a tollerare l’intollerabile. È lì che abbiamo aperto la strada a tutto quello che sarebbe venuto dopo. In Terra Santa il paradosso è feroce: il Cristianesimo sopravvive ovunque, tranne che a casa sua. A Betlemme, città di Cristo, i cristiani erano l’85% negli anni ’50. Oggi sono una minoranza. Nella Striscia di Gaza ne restano poco più di mille, e vivono come fantasmi. Nel 2023, un bombardamento ha colpito la chiesa ortodossa di San Porfirio, uccidendo famiglie intere che vi avevano cercato rifugio. Nel 2024 un attentato davanti a una scuola cristiana ha fatto morti e feriti, ma la notizia non ha superato una riga di agenzia.
Si muore, ma in silenzio. Non sono “notizia”. Perché il cristiano arabo non rientra nelle narrazioni occidentali: non è abbastanza esotico per il turismo religioso, non è abbastanza utile per la politica delle cancellerie. È una comunità che scompare senza clamore, schiacciata tra Hamas e gli F-16, tra fondamentalisti islamici e occupazioni militari. Né lo Stato di Israele né l’Autorità Palestinese li difendono. Per i primi sono arabi di serie B; per i secondi sono un residuo fastidioso, incapace di spostare voti o potere. Non hanno rappresentanza. Non hanno voce. Sono stranieri perfino nelle loro case, umiliati ogni anno quando vengono negati i permessi per pregare a Pasqua a Gerusalemme.
Qualcuno pensa che i cristiani d’Oriente siano una minoranza folkloristica, residuo di un passato remoto. È falso. I cristiani sono stati il collante invisibile delle società mediorientali: cuscinetto tra sunniti e sciiti, ponte verso l’Occidente, fattore di modernizzazione. Senza di loro, l’equilibrio fragile del Levante si spezza. Lo sanno perfino i musulmani moderati. Qualche anno fa, il Mufti del Libano chiese “Come faremo noi sunniti a vivere senza i cristiani?” Era la domanda di chi sapeva che, senza quella presenza, il Libano precipita nel fanatismo. La verità è che i cristiani sono stati travolti non solo dalle bombe e dagli attentati, ma dal crollo di un intero modello politico. I regimi laici arabi — Assad in Siria, Saddam in Iraq, perfino Nasser in Egitto — proteggevano i cristiani. Non perché fossero democratici, ma perché erano Stati nazionali, secolari, impermeabili al fondamentalismo islamico. Abbattuti quei regimi, il vuoto è stato riempito dal caos: integralisti, milizie, clan armati. E i cristiani sono stati i primi a pagare. Oggi nessuno Stato della regione garantisce più quella “convivialità” che aveva retto per secoli, per quanto imperfetta. Le società laiche sono implose, i censimenti non si fanno più per non ammettere la fuga dei cristiani, e il fondamentalismo — minoritario ma aggressivo — ha spazio libero.
Non è solo la scomparsa di una comunità religiosa: è la mutilazione della stessa cultura araba, che perde la sua pluralità, la sua memoria, la sua anima. Viviamo in un secolo assordante. Ogni causa ha i suoi cortei, ogni tragedia i suoi hashtag, ogni minoranza i suoi paladini urlanti. Tutti gridano, tutti rivendicano, tutti pretendono attenzione. Eppure, di fronte alla scomparsa dei cristiani d’Oriente, il mondo tace. Non ci sono piazze, non ci sono bandiere, non ci sono slogan. Non ci sono diplomatici indignati né editoriali di prima pagina. Nessuno fa rumore per loro. È questo il crimine più grande: non solo la persecuzione, non solo l’esodo, ma il silenzio che li avvolge. I cristiani muoiono in Medio Oriente da più di un secolo — dai massacri ottomani fino all’ISIS, dalle guerre americane fino a Gaza — e muoiono nell’indifferenza generale.
Così il secolo delle urla passerà alla storia anche come il secolo del silenzio. Un silenzio che cancella duemila anni di presenza cristiana nella culla stessa del cristianesimo. Un silenzio che pesa più delle bombe, più degli attentati, più delle persecuzioni. Perché un popolo muore due volte: la prima quando viene sterminato, la seconda quando nessuno ha il coraggio di pronunciare il suo nome.
Vanessa Combatelli, 27 settembre 2025
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