
L’incontro tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si è svolto nella Blue Room della Casa Bianca, segnando il loro terzo colloquio dall’inizio del nuovo mandato di Trump. Tra i principali temi affrontati: i negoziati per una tregua a Gaza, il futuro degli accordi con l’Iran e l’eventuale espansione degli Accordi di Abramo, con un possibile coinvolgimento della Siria.
Netanyahu ha espresso “apprezzamento e ammirazione” da parte di Israele e del popolo ebraico nei confronti di Trump, rivelando di aver candidato il tycoon al Nobel per la Pace: “Voglio esprimere apprezzamento e ammirazione da parte di Israele e del popolo ebraico nei confronti del presidente, per la sua leadership globale e per i suoi sforzi per garantire pace e sicurezza in molte regioni, e soprattutto in Medio Oriente”. Interrogato sul suo precedente piano di ricollocazione dei palestinesi, Trump ha girato la domanda al premier israeliano, che ha ribadito come l’alleato sostenga la “libera scelta” e come Israele stia collaborando con gli Stati Uniti per trovare altri Paesi in cui i palestinesi sfollati possano vivere.
Nel corso del suo intervento, Trump ha annunciato che Hamas “vuole un cessate il fuoco” a Gaza, ma non solo. Il capo della Casa Bianca ha confermato che il prossimo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran “è stato programmato”. Gli iraniani “vogliono incontrarci e avremo un incontro…vogliono trovare un accordo”, ha spiegato Trump senza fornire una data precisa per la ripresa dei colloqui.
Secondo fonti israeliane, l’80-90% dell’accordo di cessate il fuoco con Hamas sarebbe ormai stato concordato. Ma i negoziati potrebbero richiedere ancora qualche giorno.
Nel contesto della guerra a Gaza, Trump ha espresso sostegno a operazioni militari statunitensi contro obiettivi nucleari iraniani, e ha anche sollevato questioni giudiziarie riguardanti Netanyahu, aspetto che ha suscitato osservazioni su possibili interferenze nelle dinamiche interne israeliane. La posizione della Casa Bianca sembra orientata a spingere verso una cessazione delle ostilità nella Striscia di Gaza, considerata una condizione preliminare per favorire una stabilizzazione regionale e un possibile riavvio dei negoziati con l’Iran.
Netanyahu si trova in una posizione complessa, tra le richieste dell’alleato statunitense e le pressioni dei partiti di destra della sua coalizione, che si oppongono a un cessate il fuoco finché Hamas non sarà completamente neutralizzato. Secondo dichiarazioni riportate dalla BBC, un ufficiale di Hamas ha riferito che l’organizzazione avrebbe perso circa l’80% del controllo sul territorio e la maggior parte della sua leadership.
Nonostante il rifiuto da parte di Israele di una proposta di tregua avanzata con condizioni da Hamas, i colloqui a Doha proseguono con la mediazione di Egitto e Qatar. Il primo round non ha prodotto risultati concreti, ma entrambe le parti hanno confermato l’intenzione di continuare il confronto. Netanyahu, prima della partenza, ha espresso fiducia nel contributo che il dialogo con Trump potrebbe dare al processo negoziale.
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Trump, da parte sua, ha manifestato ottimismo sulla possibilità di un’intesa a breve termine, pur riconoscendo l’incertezza del contesto. Tra i nodi ancora aperti: la possibilità che una tregua si traduca in un processo di pace più ampio, con il ritiro delle forze israeliane da Gaza, come richiesto da Hamas. Non è però ancora emersa una proposta concreta per la gestione del territorio nel post-conflitto.
Nel corso della visita, Netanyahu ha discusso anche con l’inviato speciale Steve Witkoff e con il segretario di Stato Marco Rubio. Il dossier iraniano resta centrale: mentre Trump si mostra favorevole a un nuovo accordo con Teheran, Netanyahu mantiene una posizione più cauta. Inoltre, la nuova amministrazione statunitense ha intensificato i contatti con Damasco, dopo aver rimosso alcune sanzioni e designazioni precedenti, segnando una differenza di approccio rispetto alla posizione israeliana, più prudente.
Infine, si registrano cambiamenti anche in Libano, dove il governo centrale sembra aver rafforzato il controllo del sud del Paese, in precedenza dominato da Hezbollah. Questo sviluppo potrebbe favorire un allentamento delle tensioni tra Israele, Libano e Siria.
Franco Lodige, 8 luglio 2025
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