Netanyahu, la vittoria contro il golpe giudiziario

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Per fermare Benjamin Netanyahu non sono bastati anni di trasmissioni televisive e di Prime Pagine ostili, come non sono bastati tre rinvii a giudizio, con accuse gravissime, e la chiamata, da parte del Procuratore Generale di Israele Avichai Mandelblit, di trecentotrentatré testimoni a carico.

Nulla di tutto ciò è riuscito a convincere la maggioranza del popolo israeliano a smettere di amarlo, o almeno, di rispettarlo. E se è vero che i cavalli di razza si vedono all’arrivo, Benjamin Netanyahu è sicuramente il politico vivente che può garantire il più lungo e dettagliato Pedigree.

La coalizione che lo ha sfidato nelle ultime tre tornate elettorali, è bene ricordarlo, è formata da tre ex Generali dell’esercito israeliano. Benny Gantz, Gabi Ashkenazi e Moshe Ya’alon, con l’aggiunta di Yair Lapid, giornalista, scrittore e politico, con un passato di conduttore televisivo e con alcune esperienze nel mondo del cinema. Famoso presso il pubblico femminile per la sua bellezza.

Ganz, Ya’alon e Ashkenazy, non sono stati dei semplici Generali, infatti tutti e tre hanno, in momenti diversi, ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore Supremo di tutte le forze armate dello Stato Ebraico. Ma nonostante questi ‘pezzi da novanta’, passato militare e volto che bucava lo schermo, il tutti contro uno, quando per tutti si intende sia la quasi totalità della stampa con la magistratura che è entrata più volte a gamba tesa nella politica, Benjamin Netanyahu non solo è riuscito a mantenere il numero di voti del Likud, il suo partito, ma anche ad aumentarli e, come una locomotiva, a farli aumentare anche ai partiti alleati della coalizione di centrodestra.

“È stata la più grande vittoria della mia vita”, queste sono state le parole con le quali Netanyahu ha definito l’esito del voto per le elezioni politiche per il rinnovo alla Knesset, il Parlamento dello Stato di Israele, aggiungendo: “Gli israeliani ci hanno dato fiducia perché sanno che abbiamo portato i migliori dieci anni della storia di Israele”. Concludendo il discorso ha rimarcato che la vittoria è stata sia per la destra sia, e soprattutto, per gli uomini del partito Likud.

Anche se al blocco di centrodestra mancano ancora i numeri per avere la maggioranza parlamentare per la formazione del nuovo governo, il Kahol Lavan, Blu e Bianco, il blocco di centrosinistra, quello per intenderci dei tre Generali, potrà soltanto sedere ai banchi dell’opposizione. Conoscendo le antipatie e l’odio personale che ha sempre impedito la formazione di un governo di Unità Nazionale e che ha portato per ben tre volte gli israeliani alle urne nel giro di pochi mesi, è facile prevedere che non sarà un’opposizione costruttiva ma distruttiva.

Il motto che hanno saputo ripetere, fino alla nausea, che comunque non ha avuto la presa che in molti speravano, era “No Bibi”. No Netanyahu, Bibi a casa o meglio in prigione, con la magistratura inquirente che intanto scalpita per ottenere in tribunale quello che gli amici degli amici non sono riusciti ad ottenere dalle urne elettorali.

Il Premier uscente, forte del successo ottenuto, avrà comunque il modo per formare il nuovo governo ed evitare una quarta tornata elettorale che, diciamolo francamente, sarebbe inutile, dannosa e servirebbe unicamente a mettere in luce gli ultimi dispetti degli sconfitti, dispetti da terza elementare a spese di una nazione intera. Anche se votare tanto e sempre meglio che non votare affatto.

Il dato straordinario di ieri è stato che, al contrario di quello che in molti si aspettavano, la percentuale dei votanti è stata fra le più alte registrate negli ultimi anni, un chiaro messaggio alla politica da parte della popolazione e, se vogliamo dirla tutta, il numero di seggi conquistato da Likud di Netanyahu è stato anche un chiaro messaggio alla magistratura da parte di una popolazione stanca di incriminazioni mirate e ad orologeria che scattano sempre alla vigilia di importanti appuntamenti elettorali.

Il popolo di Israele, nonostante tutto quello che si è detto o fatto, e nonostante i giudici siano già pronti, con il tocco in testa e il martelletto di legno in mano, a voler mettere il Primo Ministro sul banco degli imputati, ha accordato la fiducia a un politico che in molti, quelli che le elezioni le hanno perse, dicono essere corrotto.

Come ho già scritto in passato, in una lettera aperta al Procuratore di Stato Mendelbit, Alan Dershowitz, uno dei più importanti giuristi americani, aveva chiesto di far cadere le accuse perché in tutte le democrazie occidentali non avrebbero avuto rilevanza penale. Mentre la professoressa Ruth Gavison, già Premio Israele per la Giustizia, esternava i dubbi sulle possibilità di Netanyahu di ottenere un giusto processo.

“Sono preoccupata che Netanyahu non abbia la possibilità di ottenere un processo giudiziario. Ci sono stati così tanti processi sulla stampa che ora un processo vero non riuscirebbe ad avere una sentenza diversa da quella già decisa sui media. Questa è una tragedia per Bibi ma anche una brutta pagina per il paese e per la società”. Questo era stato il pensiero della professoressa Gavison, dubbi e timori che il popolo, con il voto di ieri, dovrebbe aver dissipato.

Fino all’arrivo di Aharon Barak alla Presidenza dell’Alta Corte, la Magistratura israeliana è stata il fiore all’occhiello dell’unica democrazia in Medioriente, poi alcune sue sentenze che hanno lasciato il segno perché basate più sull’ideologia che non sulla giustizia, hanno creato una situazione che ha causato uno strappo con il mondo reale e dato il via a certe situazioni che il popolo sente lontane.

La speranza è che il voto di ieri, oltre a rimettere ordine nel parlamento e nel governo, dia anche quella spinta utile a rinsaldare la fiducia che la gente ha negli organi che amministrano la giustizia, fiducia che negli ultimi anni ha subito notevoli sfilacciature.

Michael Sfaradi, 4 marzo 2020

 

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