Netanyahu si espone: “Ci sono segnali che Khamenei sia morto”

Il premier israeliano: "Il regime degli Ayatollah non deve esistere più. L'azione è stata condotta da Donald Trump"

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Benyamin Netanyahu ringrazia Trump

La guerra si allarga. E con essa si allarga anche la posta in gioco. Dopo l’operazione militare congiunta tra Stati Uniti e Israele, il premier israeliano Benjamin Netanyahu alza ulteriormente il livello dello scontro e lancia un messaggio destinato a cambiare gli equilibri dell’intera regione: «Ci sono segnali che Khamenei sia morto».

Non è una frase qualsiasi. È una dichiarazione che, se confermata, segnerebbe la fine simbolica e politica di un’epoca per la Repubblica islamica. Ali Khamenei, guida suprema dal 1989, rappresenta l’architrave del regime degli ayatollah. La sua eventuale scomparsa non sarebbe soltanto un fatto militare: sarebbe un terremoto istituzionale.  Un funzionario israeliano – citato sia da Channel 12 che da Sky News Arabia – ha ha detto che il corpo del leader supremo sarebbe stato recuperato da sotto le macerie del suo compound a Teheran.

Nel videomessaggio trasmesso in serata, Netanyahu è stato netto: «Il regime degli Ayatollah non deve esistere più». Ha rivendicato la distruzione del compound della guida suprema, l’eliminazione di comandanti delle Guardie rivoluzionarie e di figure chiave coinvolte nel programma nucleare iraniano. Un attacco che, ha sottolineato, è stato «guidato da Trump» e che «durerà per tutto il tempo necessario».

Il riferimento è diretto al presidente americano Donald Trump, che poche ore prima aveva parlato di una «buona telefonata» con il premier israeliano. «Siamo sulla stessa lunghezza d’onda», ha dichiarato a Channel 12.  Secondo il presidente americano, le trattative tra Usa e Iran sarebbero sfumate perché Teheran si sarebbe tirara indietro. «Ho capito che non volevano davvero un accordo», ha detto Trump che ora sta decidendo «se prolungare un attacco o se concluderlo in pochi giorni». E ha aggiunto un elemento decisivo: «Abbiamo diverse vie d’uscita». Quali? Due scenari. Il primo: prolungare la campagna militare fino a «prendere il controllo di tutto». Il secondo: chiudere l’operazione in pochi giorni, ma imponendo a Teheran un avvertimento chiarissimo, ovvero non ricostruire le infrastrutture militari e nucleari distrutte. «Se lo facessero – ha osservato Trump – ci vorrebbero anni».

Il presidente americano ha poi affondato il colpo sul piano politico: «Si sono avvicinati più volte a un accordo per poi tirarsi indietro. Non hanno mai realmente voluto un’intesa». Secondo Trump, negli ultimi venticinque anni l’Iran avrebbe mantenuto una condotta sistematicamente destabilizzante: «Ogni mese facevano qualcosa di negativo – facevano esplodere qualcosa e uccidevano qualcuno». E senza il raid di giugno, denominato “Operation Midnight Hammer”, «oggi avrebbero già armi nucleari».

Ma la frase che più colpisce, e che segna un salto di qualità rispetto alla tradizionale prudenza diplomatica, è quella rivolta direttamente al popolo iraniano. Netanyahu si è rivolto «ai cittadini e alle cittadine dell’Iran» con un appello esplicito: «Scendete in piazza e finite il lavoro». Non solo un attacco militare, dunque. Non solo un’operazione preventiva contro un programma nucleare ritenuto minaccioso. Qui siamo di fronte a un tentativo di innescare una dinamica interna. Una pressione dall’esterno combinata con una sollevazione dall’interno.

Il messaggio è chiaro: Israele e Stati Uniti puntano a colpire la struttura militare e strategica del regime, ma lasciano agli iraniani la scelta finale sul futuro politico del Paese. È un cambio di paradigma rispetto alle guerre del passato, quando l’obiettivo era contenere, non trasformare. Resta però la domanda cruciale: i «segnali» sulla morte di Khamenei sono confermati? Al momento non ci sono riscontri indipendenti. In Medio Oriente la guerra dell’informazione viaggia parallela a quella dei missili. E ogni parola può essere un’arma.

Se la guida suprema fosse davvero morta, si aprirebbe una fase di lotta interna per la successione, con il rischio di frammentazione del potere tra apparato religioso, Pasdaran e fazioni politiche. Se invece fosse ancora viva, l’annuncio israeliano potrebbe essere parte di una strategia psicologica per destabilizzare ulteriormente il sistema. In ogni caso, la linea è tracciata. Netanyahu parla di «vera pace» come risultato finale di questa guerra. Trump rivendica la leadership dell’operazione e lascia intendere che la pressione non diminuirà finché la minaccia nucleare non sarà definitivamente neutralizzata.

Siamo davanti a un momento che potrebbe ridisegnare l’assetto del Medio Oriente. Non è più soltanto uno scontro tra Stati. È una sfida aperta alla sopravvivenza stessa del regime iraniano. E quando si arriva a questo punto, la storia accelera.

Franco Lodige, 28 febbraio 2026

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