
Colpisce il racconto di allucinante normalità di Nicola Porro sulla Zuppa di oggi, il cittadino ostaggio di un potere repressivo che blinda la città per imporre il “pane et circenses” al Circo Massimo, sito imperiale degradato a ricettacolo di scartine in stile Tony Effe. “Tu dove cazzo credi di andare?” è la conferma di una mesta degenerazione democratica: da cittadino fruitore a cittadino plebe a “schiavo di merda”.
Ho qualche anno più di Nicola, ho vissuto l’intera parabola della democrazia consumista e ludica e nella Milano della ricostruzione borghese, nella Lambrate popolare dove pure lo scontro di classe era duro, dove impazzavano gli opposti terrorismi insieme alla malavita feroce di Vallanzasca e di Turatello, era impensabile un “ghisa” che si rivolgesse a un cittadino con toni improntati a una simile arroganza autoritaria: come minimo, la guardia municipale che si fosse permessa avrebbe passato i suoi guai. Oggi a Milano come a Roma è considerato normale, le città patiscono una tribalizzazione che si deve in parte alle migrazioni incontrollate e in parte alla involuzione del costume civile nelle istituzioni.
La ragazzina vigilessa questa volta è cascata male, ha apostrofato uno conosciuto (e sicuramente riconosciuto), per di più fumantino. Ma nel grido di Porro, “Io sono libero di rincasare dove abito, questo è il mio quartiere!” sta tutta l’impotenza del cittadino mortificato, umiliato. In realtà più ci bombardano di belle norme, belle parole, belle formule ispirate alla libertà democratica, al rispetto inclusivo, e più siamo ostaggi, ci ritroviamo “schiavi di merda”. Ce ne siamo accorti con i coprifuoco militari sotto pandemia dei quali oggi l’ex premier Conte dice: “Non ero d’accordo ma me li hanno imposti”. Ed era il primo ministro. Senza specificare chi glieli avrebbe imposti. Fu “solo un debutto”, come dicevano i rivoluzionari del ’68 o meglio fu un esperimento sociale per ridurre la società a Panopticon con l’ausilio della tecnologia del controllo.
Da lì è stata solo deriva e oggi che uno torni a casa in motorino in un percorso di guerra di posti di blocco, siccome deve cantare Tony Effe, venendo per di più insultato e minacciato, è considerato la normalità, allucinante ma normalità. I ribelli a torto o a ragione non disturbano più, votano le sovversive di sistema come la Salis e al limite provocano in anonimo sui social. Le escandescenze e le effervescenze sociali, “dal basso”, sono improponibili, nessuno ha più voglia di ribellarsi, di disobbedire, a torto o meno a torto, a un potere che percepisce come invasivo e prepotente, l’obbedienza è la nuova religione laica che ha travolto tutte le altre, anche quelle confessionali, fondate sullo scandalo della sovversione non violenta.
Il potere repressivo, o verticale nell’accezione foucoltiana, ai nostri giorni ha la strada spianata e ha questo di notevole, che è schizoide, oscilla tra il paternalismo autoritario e la violenza autoritaria pura e semplice; è, allo stesso tempo, profondamente iniquo: la vigilessa ragazzina si rivolge in modi sudamericani a uno su un motorino perché lo sa inoffensivo, ma davanti a due maranza fuori controllo se ne guarderebbe bene, chiuderebbe gli occhi o nella migliore delle ipotesi li fermerebbe tremando, in chiara sottomissione e un po’ per un comprensibile istinto di sopravvivenza e un po’ perché istruita alle ingiustizie del politicamente corretto, ideologia profondamente fascista, razzista all’inverso per cui, se una pattuglia si azzarda ad inseguire due tagliagole riconosciuti, saltano subito fuori le cocorite rosse, le Salis, le Schlein, le Piccolotti a dire che qui c’è il regime. Sì, c’è, ma a danno esclusivo di quelli che lo tengono su stando al loro posto, con le loro tasse, illudendosi di vivere ancora in uno Stato di diritto. Ne deriva il capovolgimento della massima giuridica, la legge è uguale per tutti ma per chi è provvisto di diritti lo è meno, la legge tutela il balordo, quello che dalla società e alla società prende, restituendo solo soprusi, abusi, brutalità. Tipo i clandestini che se li ferma un controllore su un treno lo accoltellano, lo massacrano. Puntualmente difesi dalla sinistra legalitaria e nell’indifferenza della destra opportunistica.
Non vogliamo adesso, qui, gettare altre croci addosso alla Meloni che ne ha già fin troppe, ma certo è sconfortante constatare la degenerazione etica della nostra società; e aspettarsi dal potere centrale, per effetto domino, un ritorno alla dialettica democratica fatta di rispetto reciproco, di contenimento nei rispettivi ruoli, quello del gendarme come quello del cittadino, a questo punto appare peggio che utopistico, appare lunare, del tutto slegato da una realtà “virtuale” nel senso di inconcepibile, impensabile, di sorprendentemente primitiva.
Max Del Papa, 7 luglio 2025
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