Giustizia

“Non basterà…”. La minaccia dei giudici: ostacoli al piano Albania anche dopo il 2026

Il governo guarda al nuovo regolamento Ue. Ma da Silvia Albano arriva un messaggio chiaro e forte: ecco cos'ha detto

Meloni Albano
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Se qualcuno nutre ancora dei dubbi su chi comandi davvero in Italia, farebbe bene a leggersi l’intervista alla giudice Silvia Albano a Repubblica dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea che ha smontato un pezzo importante della strategia del governo sull’immigrazione. Altro che Albania, altro che paesi sicuri. Qui la vera domanda è: chi ha l’ultima parola in questa Repubblica? Il Parlamento o i magistrati? Albano, giudice dell’immigrazione a Roma e presidente di Magistratura Democratica, ci tiene subito a chiarire: “Ci hanno dato degli eversivi, ma stavamo facendo solo il nostro lavoro di giudici: applicavamo la legge”.

Già, peccato che “applicare la legge” significhi in questo caso bloccare politicamente un intero accordo bilaterale firmato da due Stati sovrani, Italia e Albania, e sostenuto da una maggioranza votata dagli italiani. Ma tant’è. La linea è: “Noi non inventiamo nulla, ci limitiamo a interpretare le norme”. Interpretarle, appunto. Ma in che direzione? “Per certi versi sono stati ribaditi principi ovvi: il diritto Ue prevale sulla normativa interna e le leggi italiane non possono violare il diritto Ue. Si studia all’università”. Chiaro no? E se per caso un governo eletto dal popolo prova a prendere decisioni sull’immigrazione – materia calda, strategica, spesso drammatica – deve prima passare il vaglio di Bruxelles e Lussemburgo. La sentenza? Per Albano è una benedizione: “Sì, dopo tutto quello che è successo, sono contenta. Siamo stati sempre molto sereni”.

Ma il passaggio clamoroso è un altro. Parlando del pressing politico sulla Corte, la Albano ha affermato: “La Commissione europea stessa prima ha depositato una memoria scritta sostenendo le ragioni del tribunale di Roma e poi nella discussione orale ha cambiato posizione. Alle obiezioni di alcuni Stati che ritenevano dovesse leggersi la direttiva alla luce del regolamento che entrerà in vigore a giugno 2026, la corte ha risposto che ora va applicato il diritto vigente, se vuole il Parlamento europeo potrà eventualmente anticipare l’entrata in vigore del regolamento”. E attenzione: “Che comunque non risolverà comunque il problema Albania”.

Avete capito bene. I giudici sono pronti a osteggiare il piano anche dopo la modifica di Bruxelles. Una vera e propria missione, più politica che altro. La Albano sul punto: “Il regolamento stabilisce che le zone di frontiera – in cui possono essere applicate le procedure accelerate per i migranti provenienti da Paesi sicuri – devono essere individuate nel territorio della Ue. E l’Albania non lo è”. In altri termini: centri per migranti fuori dal territorio europeo? No, grazie. Anche se servono a gestire flussi ingestibili, anche se sono frutto di accordi con Paesi alleati, anche se rappresentano una delle poche proposte operative mai viste negli ultimi anni.

Politica con la toga addosso. E quando questo succede, c’è da chiedersi se siamo ancora in una democrazia liberale.

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La Albano negli ultimi mesi ha espresso a più riprese la sua contrarietà al piano Albania, invidiato da mezza Europa e inviso solo alla sinistra italiana e alla magistratura. Non ha parlato solo con gli atti, come dovrebbero fare le toghe, ma anche con interviste e comizi. Ma non solo. La giudice è anche nota per aver rilanciato sui suoi profili social raccolte fondi in favore delle ong del mare, senza dimenticare i vari affondi contro il governo. Uno su tutti, quello per il caso della giudice Iolanda Apostolico e la presunta insofferenza del governo ai controlli: “Rischiamo che venga snaturato il sistema democratico. L’indipendenza non è un problema che riguarda i giudici, ma soprattutto i cittadini e i loro diritti. Il pluralismo è sempre stato una ricchezza e ha fatto evolvere la giurisdizione”. E, ancora, dopo la richiesta di sei anni di pena per Matteo Salvini nel processo a Open Arms, la Albano prese di mira la Meloni – rea di aver difeso il suo alleato – parlando di presunta “indebita pressione dei giudici”.

Franco Lodige, 3 agosto 2025

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