Non è Francesco

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

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papa leone xiv

Qui al bar avevamo capito che Papa Leone non è un tipo che si lascia facilmente incasellare: conservatore o progressista, tradizionalista o innovatore, pro Trump o anti Trump, pacifista utopista o pacifista realista. Forse, è semplicemente un cattolico. E ci voleva, dopo un pontificato – quello di Jorge Mario Bergoglio – che, non per forza in cattiva fede, ha aumentato la confusione tra i fedeli e le divisioni nella Chiesa. Per questo, abbiamo apprezzato che Robert Francis Prevost, durante il suo viaggio in Africa, abbia esortato i giovani a non farsi sedurre solo dalla “tendenza migratoria” che li “induce a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore”; piuttosto, li ha invitati a “rispondere con un ardente desiderio di servire” i loro Paesi.

Un discorso pragmatico, di chi non perde la carità dinanzi ai sofferenti e certo non pretende di lasciar annegare i naufraghi, ma nemmeno si mette a dipingere il quadretto dell’inesorabile transumanza umana con cui si dovrebbero rivitalizzare le nostre società senescenti. Ieri, peraltro, al Corriere della Sera, Leone ha espresso un altro concetto che è davvero il caso di definire sacrosanto: “Credo che uno Stato abbia diritto di porre regole alle sue frontiere”, perché se tutti entrano “senza un ordine”, si creano “situazioni più ingiuste” che nei Paesi d’origine dei migranti. Nessun parossismo securitario in stile Ice e, anzi, pure il riconoscimento che, da parte del mondo ricco, servirebbero iniziative più efficaci per favorire lo sviluppo nelle aree povere. Ma almeno un po’ di buon senso. Che, ancora, sottrae questo Pontefice al giochino delle casacche o delle promesse di rivoluzione della dottrina, che poi si perdono nell’incostanza degli umori. Com’è spesso accaduto nel recente passato. Questo qua non è Francesco: c’è la speranza che non rivedremo le passerelle ecclesiali dei Casarini boys…

Il Barista, 24 aprile 2026

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