
A chiunque abbia un ruolo mediatico rilevante, capita prima o poi di avere un’uscita infelice, una giornata no, un momento nel quale si incappa di un errore: è fisiologico. Tuttavia, dopo la défaillance, sarebbe cosa buona e giusta fare marcia indietro, scusarsi e ripartire. Invece la santona dei Pro-Pal, Francesca Albanese, sembra sistematicamente consapevole di scegliere di compiere degli errori di comunicazione per comprendere quanto in alto può spostare l’asticella della polarizzazione, prima di essere sfiduciata dalla sua compagine politica e ideologica.
Così spara qualche massima imbarazzante, qualche concetto pericoloso, e poi attende le reazioni. L’ultima ormai la sanno anche i sassi, ovvero l’uscita sul “monito ai giornalisti” dopo l’aggressione alla redazione de La Stampa. Anche in questo caso, nessuna scusa; anzi, il contrattacco: “Voi volete farmi fuori perché sono potente”. Qualche ora dopo, un’altra papera: la stampa, secondo lei, nella giornata di sabato avrebbe “ignorato” le proteste Pro-Palestina, alimentando la frustrazione dei manifestanti.
La realtà, però, era molto più banale e meno maliziosa: i giornalisti non ignoravano nulla, semplicemente hanno scioperato per un giorno. Un dettaglio banalissimo, verificabile in trenta secondi, ma che Albanese ha preferito non citare per portare avanti la propria teoria cospirazionista sull’informazione asservita al Potere (come se lei non fosse parte dell’establishment…) Il risultato? Una figura, l’ennesima, imbarazzante, che avrebbe potuto essere risolta con una frase: “Mi sono sbagliata”. Ma l’autocritica non fa parte del suo repertorio.
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Eppure Nostra Signora dei Pro-Pal non è l’unica a perseverare; anche la cara sinistra sta continuando a tenere alto lo stendardo della simpatica dottoressa con i capelli grigi e l’outfit da santona orientale. E così, anche una consistente parte dei cosiddetti moderati, invece di prendere le distanze tout-court, continua a difenderla con sorprendente diligenza.
Non importa cosa dica, come lo dica: per alcuni rimane una voce necessaria, un simbolo intoccabile. Il caso più evidente è Bologna (chi l’avrebbe mai detto…). Nonostante le enormi polemiche su Albanese, il Comune ha scelto di non revocare la cittadinanza onoraria che le è stata concessa. Nessun ripensamento, nessun passo indietro: una rigidità evidentemente ideologica dinnanzi ad una persona che giustifica le violenze contro la stampa. Altre città invece, seppur a sinistra come Firenze, hanno preferito la prudenza riconoscendo che una figura così divisiva non è adatta a rappresentare un’intera comunità.
Questo atteggiamento rivela una dinamica ormai ricorrente: parte della sinistra italiana, per scopi palesemente elettorali, ha l’abitudine di trasformare in un amen certi individui in divinità. Il punto è che una sinistra senza idee e senza ideali finisce per inserire nel proprio pantheon figure che, nove volte su dieci, una volta acquisita la notorietà tanto bramata, finiscono per rivelarsi estremamente radicali e/o commettono una quintalata di errori: Soumahoro, Albanese, Salis e chi più ne ha più ne metta.
Il problema è che dopo averli promossi allo status di semidei, diventa estremamente difficile sbarazzarsi di questi personaggi quando diventano scomodi. E allora la sinistra, nel decidere il loro destino, fa ciò che le riesce meglio da generazioni: si frammenta. E quindi nel Pd oggi c’è chi dice che Albanese dovrebbe ritirarsi a vita privata e chi ancora la incensa e la porta in giro come una madonna pellegrina a caccia di riconoscimenti. A questi ultimi, come ad Albanese, bisognerebbe però ricordare una semplicissima massima: errare è umano, perseverare è diabolico.
Alessandro Bonelli, 3 dicembre 2025
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