“Non sempre condividiamo le sue posizioni”. Pure l’Onu scarica Albanese

Dopo le proteste di Francia e Germania, le Nazioni Unite prendono le distanze: "Il Segretario generale non è sempre d’accordo"

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Se non è un modo per scaricarla, poco ci manca. «Provo simpatia per chiunque finisca sotto attacco per il lavoro che fa, però c’è una separazione netta tra ciò che Francesca Albanese dice e le posizioni del Segretariato delle Nazioni Unite». Thomas Fletcher, sottosegretario Onu e capo dell’Ufficio per gli affari umanitari (Ocha), in un’intervista a La Repubblica, dà un colpo mica da niente al Nostra Signora dei Pro Pal che ormai Italia, Francia, Stati Uniti e altri Stati stanno piano piano scaricando al proprio destino.

Il nome di Francesca Albanese entra nel colloquio con Repubblica quasi inevitabilmente. Fletcher chiarisce subito di non averla mai incontrata: «So però cosa significa esporsi su questioni come Israele-Palestina, Russia-Ucraina, il conflitto in Sudan… arrivano anche a me gli attacchi. È fondamentale che l’Onu mantenga un approccio neutrale, imparziale e indipendente». Ed è sempre stato questo, a nostro modesto modo di vedere, il problema: la poca neutralità delle posizione della relatrice speciale per Gaza. «Rispondo rifacendomi a quanto detto da Stephane Dujarric, portavoce di Guterres: il Segretario generale non è sempre d’accordo con tutto ciò che Albanese dichiara pubblicamente». Ma la questione della rimozione, sollevata da Francia e Germania, viene ridimensionata sul piano procedurale: «Facciamo chiarezza. La special rapporteur Onu per la Palestina non dipende dal Segretario, bensì risponde agli Stati membri perché sono loro che l’hanno nominata e sono loro che, eventualmente, possono rimuoverla. Non ha senso chiedere a Guterres».

Su Gaza, la situazione resta fragile. «Ora distribuiamo 1,6 milioni di pasti caldi al giorno. Prima della tregua i convogli venivano bloccati da Israele, in una giornata buona entravano appena 50-60 camion». Ma «meglio di prima non significa sufficiente». Fletcher insiste sulla necessità che «il valico di Rafah deve essere aperto ai convogli di merci, non solo ai pedoni» e che vengano ridotte «le restrizioni sui cosiddetti beni “dual use”».

Quanto alle iniziative americane, respinge l’idea che il “Board of Peace” di Donald Trump possa sostituire le Nazioni Unite: «Ho parlato con alti funzionari della Casa Bianca che sono stati molto chiari: non è pensato per sostituire l’Onu. Serve a incanalare l’interesse del presidente per il peacebuilding». Sul piano di ricostruzione attribuito a Jared Kushner, osserva: «Siamo lontani dalle condizioni per una sicurezza e una giustizia autentiche per palestinesi e israeliani, però vedo un impegno americano reale».

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