Non solo Dumbo. Dal cimitero degli elefanti torna Prodi

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Sarà per l’arrivo nelle sale italiane di Dumbo di Tim Burton ma da quando Zingaretti è asceso al Nazareno, dal cimitero in cui li credevamo sepolti, si intende politicamente, sono usciti un gran numero di elefanti, che la gestione renziana credeva, a torto, di avere eliminato: e abbiamo rivisto persino Livia Turco e Rosy Bindi.

Ma l’elefante più ingombrante tra i tanti liberati dal presidente della Regione Lazio è senz’altro Romano Prodi. Certo l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue non era mai veramente uscito di scena. Ma dalla clamorosa pugnalata alle spalle ricevuta dai suoi stessi compagni sulla via del Quirinale, nel 2013, e da quando Renzi era diventato segretario del Pd, si era fatto discreto, e persino lontano dalla vita politica, almeno quella nazionale.

Nelle ultime settimane basta invece sfogliare un qualsiasi quotidiano per trovare una sua intervista o pigiare sul telecomando per trovarlo a diffondere in Tv le sue pillole di «saggezza»: manca solo lo accolga la nostra amata Barbara d’Urso. E mentre prima interveniva soprattutto su questioni di politica estera, ora le sue esternazioni investono pressoché tutti i campi, mancano solo la cucina e il calcio, ma avanti così arriveranno.

Fossi in Matteo Salvini non sottovaluterei il ritorno dell’ex premier. E soprattutto non farei l’errore di quelli, avversari del suo stesso campo, da Massimo d’Alema a Matteo Renzi, che spregiativamente si sono sempre chiesti quante divisioni avesse Romano e, concludendo che non ne possedesse, si sono bruciati. A oggi sono i due ex premier a essere tra gli sconfitti e il loro nemico Prodi tra i trionfatori. Senza contare che egli è stato l’unico, a sinistra, a vincere contro il Cav. Certo, la prima volta, nel 1996, ciò fu dovuto alla defezione della Lega dal centro-destra e la seconda, dieci anni dopo, si concretizzò, di fatto, in un pareggio. Ma tant’è.

Prodi infatti non possiede divisioni, nel senso classico del termine, non ha mai avuto cioè un partito suo e, da quando il Pd si è formato, vi ha sempre giocato un ruolo marginale. Ma è una macchina di potere temibile, perché permette a blocchi diversi tra loro di incontrarsi e di allearsi.

1. Il primo blocco è quello che, nel linguaggio trumpiano, potremmo chiamare il deep state: burocrazia, capitalismo di sovvenzione e corporativo, università, magistratura, non hanno ormai che lui come punto di riferimento, assai più solido di un Gentiloni che non sembra in grado di prenderne il posto.

2. Il secondo blocco è quello della tecno-burocrazia Ue, quella che il maestro di Prodi, Beniamino Andreatta, teorizzava dovesse governare il paese al posto dei partiti popolari (e in parte il disegno è riuscito). Tale tecno-burocrazia, che ha il suo fulcro in Banca d’Italia, è di fatto subalterna a quella degli altri paesi, e in particolare di Francia e Germania, di cui Prodi ha sempre servito politicamente gli interessi.

Non è un caso che negli ultimi giorni Prodi sia tornato chiedendo a gran voce che l’Italia sia accolta, pure con il cappello in mano, da vassalla a Parigi e a Berlino, anche sulla Cina. Molto legato al regime cinese, Prodi si è infatti schierato a favore del memorandum firmato dal governo purché la plancia di comando passi a Bruxelles cioè, a Parigi e a Berlino.

Anche l’iniziativa, da lui lanciata, di esporre la bandiera Ue il 21 marzo, giorno di san Benedetto, pur rivelatasi un flop totale, era in realtà un segnale lanciato a chi di dovere, perché intendesse.

3. Il terzo blocco di cui Prodi è garante è quello del cosiddetto «cattolicesimo adulto», termine che lui stesso utilizzò in polemica con l’allora presidente della Cei, Camillo Ruini. Molto è cambiato però dai tempi di Ruini e di Ratzinger. Quello che Augusto Del Noce, ne Il cattolico comunista, aveva definito un cattolicesimo secolarista, immerso nel mondo, alleato con la sinistra orfana del marxismo e al servizio di una «superideologia» (che oggi definiremmo globalismo), con Bergoglio ha trionfato nella Chiesa ed è vincitore. Nonostante l’agitarsi di molti, Prodi resta il punto di riferimento di questa galassia.

Salvini dovrebbe preoccuparsi perché Prodi è tornato proprio contro di lui: i blocchi che l’ex premier rappresenta non possono infatti accettare il comando del «capitano». Ma cosa può fare Prodi? Prima di tutto favorirà il ritorno dello schema dell’Unione, cioè il rassemblement tutti contro il «tiranno», ieri il Cav, oggi Salvini «per salvare l’Europa». Zingaretti l’ha già applicato alle regionali e lo sta facendo anche alle Europee. Vedremo con quali risultati.

Ma il colpo più grosso che Prodi si prefigge è il Colle. Attenzione, che con i numeri di questo parlamento, e una parte dei 5 stelle sempre più avvolti nelle spire del Pd e dei suoi blocchi di potere, l’elezione di Prodi a Presidente della Repubblica non è impossibile.

Se l’operazione dovesse riuscire, se Prodi dovesse diventare Presidente,  il sistema  che un quarto di secoli fa escogitò Prodi per rispondere alla divine surprise berlusconiana, e che riuscì nella impresa di frenarne la rivoluzione, avrà vinto. E la sua vendetta sarà spietata.

Marco Gervasoni, 28 marzo 2018

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