Ieri pomeriggio a Roma davanti all’ambasciata statunitense si è svolta una protesta contro l’intervento americano nella recente crisi mediorientale. Nulla di nuovo: il consueto rituale di slogan e cori che recitano anatemi contro il famigerato “imperialismo occidentale”.
Ma a colpire, oltre ai cliché degli interventi, è stata l’estetica della contestazione: giovani e meno giovani, ben vestiti e con una perfetta nail-art leggevano i loro comunicati di fuoco contro l’apparato bellico e bellicista americano direttamente dai loro smartphone, spesso iPhone, simbolo supremo del capitalismo tecnologico atlantico.
Mentre denunciano con ardore il presunto espansionismo Usa, questi stessi manifestanti utilizzano strumenti concepiti, prodotti e diffusi grazie a quel medesimo ecosistema politico-economico che tanto disprezzano: la democrazia liberale occidentale. Quella che, pur tra limiti e contraddizioni, garantisce libertà di parola, pluralismo e persino il diritto di manifestare: tutte cose che, ironicamente, verrebbero represse senza esitazione nei regimi teocratici che oggi vengono coccolati in nome di un non meglio definito “antimperialismo”.
Gli Usa, specie sotto amministrazioni fortemente anti interventiste come quella dell’ex presidente Trump, non sono mossi da un impulso liberatore e non sembrano avere intenzione di continuare a fare gli sceriffi del mondo, ma operano per un principio largamente più utilitaristico ma altrettanto importante: la tutela dell’atlantismo e dei suoi alleati. Davanti alla minaccia di un Iran nucleare, una nazione che nella piazza centrale della sua capitale aveva un orologio con un countdown entro il quale era promessa la distruzione totale di Israele, nonché regista occulto di destabilizzazione nell’intero Medio Oriente, l’intervento americano ha rappresentato una misura di responsabilità, non un atto di aggressione arbitraria.
È facile predicare la pace dal divanetto di una società libera e (checché se ne dica) opulenta, dimenticando che proprio la pax atlantica spesso ottenuta con il pugno di ferro ha reso possibile il benessere che oggi si dà per scontato.
È più difficile, invece, accettare che vi siano momenti in cui la forza, specie quando si arriva ai ferri corti con chi non contempla la diplomazia, è l’unica strada percorribile per la sicurezza del nostro e degli altri ecosistemi democratici nel mondo. E il pacifismo che ignora le minacce dei regimi autoritari ma si scaglia contro l’Occidente rivela non tanto nobiltà di intenti quanto un profondo analfabetismo geopolitico.
La libertà di indignarsi contro gli Stati Uniti è, in fin dei conti, un lusso garantito proprio dalla libertà derivata dall’esistenza e dalla potenza degli Stati Uniti stessi.
Alessandro Bonelli, 24 giugno 2025
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