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”Odio razziale”: l’esposto contro Fedez è più ridicolo della sua strofa

Un consigliere comunale FdI di Bolzano denuncia il rapper per la frase contro Sinner: "Un linguaggio che evoca razzismo"

sinner fedez
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Ormai in questo Paese persino una battuta infelice riesce a generare una tempesta sproporzionata di indignazioni. È quanto accaduto negli ultimi giorni a Fedez (certamente non un campione di diplomazia, bisogna dirlo), finito sotto accusa per il verso di un freestyle improvvisato su Instagram, questo: «L’italiano ha un nuovo idolo, si chiama Jannik Sinner, purosangue italiano con l’accento di Adolf Hitler».

Ora, non serve essere dei cultori della musica, né dei fini parolieri o dei grandi intenditori di black humour per comprendere che si tratta di una rima triste e che non farebbe ridere nemmeno chi si scompiscia con le vignette del Cucciolone. Ma dal giudicare la frase di cattivo gusto al considerarla addirittura pericolosa, c’è un abisso inenarrabile. Eppure, udite udite, è successo: il consigliere comunale bolzanino di Fratelli d’Italia Giuseppe Martucci, ha depositato un esposto in Procura contro Fedez, invocando l’articolo 604-bis del Codice Penale, relativo alla propaganda e all’istigazione all’odio razziale. L’accostamento, secondo Martucci, richiamerebbe le dottrine razziste del nazifascismo.

La difesa del diretto interessato è stata rapida: Fedez ha parlato di un “paradosso”, una provocazione volutamente esasperata. Una spiegazione che tuttavia ha il sapore dell’arrampicata sugli specchi: una rima poco riuscita non diventa brillante solo perché la si etichetta come paradossale. Poteva semplicemente dire di aver scritto una scemenza, ma che trattandosi di una frase inserita in una canzone non deve essere passibile di denuncia. E invece no, la toppa è peggio del buco. Avrà imparato dalla ex moglie…

Ciò detto, trasformare un verso infelice in materia da Procura appare un’operazione altrettanto discutibile. Qui siamo di fronte a un risultato artistico maldestro, certamente non a una strategia di propaganda. Non c’è dolo nelle intenzioni di Fedez. E la destra, che si professa liberale, non può pensare di inseguire e condannare ogni frase, canzone o concetto che indigna parte dell’opinione pubblica. L’idea di aprire un fascicolo per valutare se un rapper abbia oltrepassato la soglia dell’istigazione all’odio ha qualcosa di grottescamente sproporzionato. Eppure, eccoci qui: un tribunale forse costretto a occuparsi di ciò che avrebbe dovuto restare materia di critica musicale (a dirla tutta, neanche).

In realtà, l’unico reato ravvisabile è quello contro il buon gusto: Fedez avrebbe fatto meglio a riconoscere la debolezza del verso senza rifugiarsi in sofismi. Un artista come lui, ampiamente abituato all’esposizione mediatica, dovrebbe sapere che la provocazione funziona solo quando sottende un significato reale. Non quando è un’accozzaglia inutile di concetti slegati atta solo a fare qualche visualizzazione in più. Tirando le somme bisogna però dire che non meno sterile è la reazione politica, che si accalora su una frase stupida come se si trattasse di una questione di ordine pubblico.

Ma davvero dobbiamo aver paura di una rima? Davvero ci sono altoatesini che si ritengono fortemente offesi o minacciati da un gioco di parole? Che un consigliere comunale decida di depositare un esposto su una strofa rap anziché suggerire a Fedez di andare a quel paese e chiuderla lì dice molto del nostro tempo. E così la vicenda si risolve in un teatrino: un artista che disegna un’immagine infelice e poco divertente, un politico che ne vuole fare una crociata, urlando allo scandalo. Il risultato è paradossale: si arriva a discutere per giorni di una battuta malriuscita. E forse a ben guardare Fedez anche questa volta è riuscito nel suo intento: creare engagement attorno alla sua persona, far parlare di lui. Innegabile.

Alessandro Bonelli, 20 settembre 2025

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