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Odissea, il paradosso di Nolan: il mondo riscopre i classici mentre noi li consideriamo inutili

Mentre la società considera lo studio dell’antichità “inutile”, sono proprio i classici a raccontarci ancora oggi chi siamo

Odissea Nolan (screenshot da trailer uff)
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Sono uno studente di lettere classiche. Ogni volta che lo manifesto, il mio interlocutore reagisce sempre con un misto tra smarrimento, stima e lontananza con la materia.
Della serie “molto interessante, ma sei pazzo”. Dico ciò in relazione all’ ampio e partecipato dibattito che si è aperto sull’Odissea”, film di Nolan. Questa immensa condivisione dialettica riguardo alla bontà del film non può che rendermi estasiato, ma anche sorpreso.

Sorpreso perché nel mondo attuale la realtà classica, ma in generale lo “studium” per l’antico e per la storia, viene visto come qualcosa di inutile, distante da noi. Non è certo l’Odissea di Nolan a poter invertire tale tendenza; il che forse è pure un bene, visto che il cardine deve rimanere pur sempre il libro originale. La reazione al film in sé, però, manifesta un dato di fatto: che quando qualcosa viene introiettata nel nostro subconscio fin da piccoli, come nel caso della “fiabesca” e idilliaca Odissea, percepiamo questo patrimonio come “nostro”. Ed è poi proprio questo il senso dell’epica, la “parola” che nella sua “auralità”, se non “oralità” vera e propria, si apre alla società tutta, incarnandone vizi, virtù e sentimenti propri a tutti gli uomini.

Perché dunque continuare a credere, in modo contagiosamente aprioristico, che il mondo classico, anche nelle sue manifestazioni meno note o “popolari”, sia così lontano da noi? A mio avviso non vi è cosa di più sbagliato. Gli “exempla” forniti dalla storia e dalla letteratura classica sono un metro di paragone imprescindibile per l’evoluzione, l’analisi e la riflessione critica sulla nostra civiltà e sull’Uomo in generale.

Nei classici si tratta di sentimenti universali, proprio come quelli del troiano Priamo, che nel XXIV dell’Iliade si reca alla tenda di Achille, in lacrime, per chiedere la restituzione del corpo del figlio Ettore. A quel punto anche il re dei Mirmidoni scoppia a piangere, per Patroclo e per il padre Peleo, il quale è lontano ma, come gli fa notare Priamo, almeno vive nella speranza di rivedere un giorno il figlio.

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La guerra si placa, per dodici giorni, per consentire la sepoltura di Ettore. Un momento di “pietas” e umanità raro, che fa comprendere quanto siamo tutti afflitti da dolori ineluttabili. Un finale che probabilmente nessuno dei potenti belligeranti di oggi si sentirebbe di scrivere. Perché come diceva Aristofane nelle “Rane”: “ὀλίγον τὸ χρηστόν ἐστιν, ὥσπερ ἐνθάδε”. Significa “le persone perbene sono poche, come qui”. Parole dette dall’Ade in riferimento al regno dei vivi.

Anche oggi è così: potremmo invertire questa tendenza proprio ripartendo dallo studio della civiltà greca e romana. Non come modello da imitare, ma come imprescindibile formazione per la nostra anima e il nostro spirito. Il che, giustamente, è inutile: ormai è la società stessa a volerci “utili”. Viviamo tra menti morte, anche se eredi di un patrimonio sconfinato di cultura.

Flavio Maria Coticoni, 13 agosto 2026

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