Il processo ai danni dell’operaio senegalese Louis Dassilva, accusato dell’omicidio di Pierina Paganelli, si sta per concludere e il mainstream colpevolista non manca di sottolineare le presunte contraddizioni dell’imputato. Imputato che secondo la pubblica accusa avrebbe commesso il delitto in una arco complessivo di 3-4 minuti, sulla base del seguente movente: proteggere l’amante, nuora della vittima e circa 20 anni più anziana di Dassilva, impedendo alla moglie di venire a conoscenza della sua relazione clandestina.
Prove a carico, praticamente nessuna, dato che quella “regina”, basata su una videocamera di sorveglianza, cadde miseramente circa un anno fa, confermando che il soggetto ripreso, poi identificato, era almeno 20 centimetri più basso dell’imputato. Inoltre, occorre sottolineare, sul luogo del delitto, un box del garage condominiale in cui viveva la vittima, non è stata rinvenuta alcuna traccia del senegalese il quale, vorrei ricordare a chi continua ad avere grande fiducia nella nostra giustizia, sono quasi due anni che sta scontando in carcere una pena anticipata. L’unica cosa che lo “incastra”, secondo una definizione tanto cara ai forcaioli italiani, è la testimonianza della sua amante, Manuela Bianchi, modificata dopo ben 17 mesi.
In questa ritrattazione la Bianchi, che chiamò i soccorsi dopo aver dichiarato di aver trovato il corpo di una donna nel garage (dopo alcuni minuti si accorse che era la suocera), oggi sostiene che fu il Dassilva, la mattina successiva all’omicidio, a metterla sull’avviso di ciò che era successo, avendola preceduta nel garage medesimo. Inoltre, ad aggiungere altri pesanti dubbi su tale testimonianza, modificata quando la Bianchi venne indagata per favoreggiamento, vi è un audio imbarazzante della cognata, la quale racconta ad una amica che, secondo quanto dettole da Manuela Bianchi, quest’ultima avrebbe ricevuto forti pressioni da parte degli inquirenti proprio per incastrare il suo ex amante.
Ora, a prescindere dalla veridicità di questa affermazione, sta di fatto che in questo caso giudiziario, al pari di tante altre vicende mediatiche finite con una condanna sulla base di una singola testimonianza (ricordo i 20 anni di carcere che si è beccato Antonio Logli per il presunto omicidio della moglie, il cui corpo non fu mai ritrovato, sulla base del ricordo di un giostraio con precedenti legati alla droga che, dopo molti mesi, si ricordò di aver visto di notte, nei pressi della casa del condannato, due persone litigare, probabilmente il giorno stesso della scomparsa della donna), non c’è uno straccio di prova degna di questo nome. Tutto questo in barba alla famosa legge Cartabia, secondo la quale se non c’è una ragionevole previsione di condanna, il giudice per le indagini dovrebbe emettere una sentenza di non luogo a procedere.
In questo caso, nessuno di noi può stabilire se effettivamente Dassilva sia innocente. Non è questo il compito che spetterebbe ad un giudice, popolare e togato che sia. Ciò su cui, al contrario, si dovrebbe ragionare è la seguente domanda: è sufficiente una unica testimonianza, modificata dopo 17 mesi, per superare ogni ragionevole dubbio, mandando dietro le sbarre per molti anni l’attuale imputato? Credo che la risposta sia ampiamente presente nel quesito.
Claudio Romiti, 22 aprile 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).






