C’è un pezzo di Italia che non fa più ridere. Non perché manchino i comici ma perché è venuta meno la voglia – e soprattutto il coraggio – di ridere di se stessi. Pier Francesco Pingitore, 91 anni portati con lucidità e ironia spiazzante, è uno degli ultimi testimoni di quella stagione in cui la satira non aveva bisogno di chiedere permesso.
Nel corso di una lunga conversazione nel podcast Sette Vite, Pingitore ripercorre la sua storia e quella del Bagaglino, ma soprattutto lancia un atto d’accusa culturale contro il nostro tempo. Un tempo che ha bandito lo sberleffo e scambiato l’offesa con la satira.
«C’è una vera e propria crociata contro la risata. Tutto viene preso terribilmente sul serio. Non si può più sfottere nessuno», dice. «Ma Orazio lo aveva già spiegato: chi ci impedisce di dire la verità ridendo?». Parole che oggi suonano quasi rivoluzionarie. Il simbolo di questa rimozione culturale è il Salone Margherita, storico teatro romano che per cinquant’anni è stato la casa del Bagaglino. «Abbiamo fatto spettacoli lì dal 1972 fino al 2020. Poi la Banca d’Italia lo ha chiuso per il Covid e non lo ha più riaperto», racconta Pingitore. «Ora lo ha messo in vendita con una base d’asta di 5 milioni. Tu ce li hai 5 milioni?». Una battuta amara, che fotografa perfettamente il paradosso italiano: si chiudono i teatri, si spegne la cultura popolare, e poi ci si chiede perché il pubblico si disaffeziona. Il problema, spiega Pingitore, non è solo trovare qualcuno che compri quei muri, ma qualcuno capace di gestire un teatro oggi, farlo vivere, farlo lavorare continuamente. Esattamente ciò che il Bagaglino ha fatto per mezzo secolo.
C’è stato un tempo – oggi inimmaginabile – in cui i politici facevano la fila per essere presi in giro. «Ai nostri tempi facevamo 10–12 milioni di spettatori e quelli che venivano sfottuti facevano la fila per venire da noi». Altro che querele, altro che indignazione permanente. Partecipare al Bagaglino era una consacrazione pubblica. Pingitore rivendica con forza il confine: «Se dai del cretino a qualcuno, fai un’offesa. Se racconti una situazione vera e la fai ridendo, fai satira. La forma cambia tutto». Oggi questo confine è stato volutamente cancellato. Perché la satira dà fastidio quando colpisce davvero.
Alla domanda se oggi il Bagaglino potrebbe tornare, Pingitore non ha dubbi. «Sì, assolutamente. Mi direbbero che è mercificazione del corpo della donna? Non me ne frega nulla». Non è arroganza: è la consapevolezza che senza libertà non c’è spettacolo, e senza spettacolo non c’è nemmeno democrazia emotiva. E quando gli fanno notare che oggi i politici sembrano già delle caricature di se stessi, risponde con lucidità feroce: «È vero che fanno ridere da soli, ma quella non è satira. La satira politica è un’altra cosa».
Pingitore non si è mai lamentato di essere stato escluso dai salotti “che contano”. Li guarda da lontano, con sarcasmo. «Mi dissero: lei è un po’ di destra. Risposi: sarei stato volentieri di sinistra, ma non c’era più posto». Una battuta che vale più di mille analisi sul conformismo culturale italiano.
Resta l’immagine finale: Pingitore che si presenta con una rosa, come ha sempre fatto. Non per posa, ma per convinzione. «Dare un fiore a una donna è un omaggio, è farla sentire importante. I signori si nasce». E forse è proprio questo il punto. Abbiamo perso la capacità di ridere, ma anche quella di essere signori. E senza entrambe, il teatro – e l’Italia – restano terribilmente vuoti.
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