
La scorsa domenica, mosso da una spensierata voglia di una gitarella primaverile, mi reco allegro e gaudente al Palazzo Farnese di Caprarola. Ricco pranzetto al lago di Vico ed eccoci pronti alla visita culturale a un capolavoro assoluto del Manierismo italiano, uno degli edifici rinascimentali più straordinari d’Europa, a meno di 60 km da Roma.
Troviamo aperto (per fortuna), 8 euro di biglietto, tre addetti tra biglietteria e strappo, noi 5 amici unici visitatori. L’intero piano terra è chiuso per l’80%, al netto di due sale mal illuminate e completamente bianche sulle pareti. Non demordiamo, arriviamo alla maestosa scala elicoidale, gioiello incredibile di architettura, che scopriamo per metà chiusa, con tutto il piano inferiore inaccessibile. Saliamo al piano nobile. Vetri sporchi, bandiera italiana appesa e ben avvizzita, illuminazione scadente, assenza di qualsiasi interazione col pubblico, qua e là un inserviente. Colpo di scena: altri due visitatori imbarazzati. Arriviamo così a sette. Un ricco bottino per oltre 7650 mq di superficie. Piano terzo e quarto anch’essi chiusi.
Usciamo in giardino, perfettamente curato (da quanti giardinieri?), ma ovviamente si può soltanto seguire il vialetto centrale, ben delineato da decine di catenelle. Non sia mai ci si perda tra i cespugli laterali! Si arriva così alla porta d’uscita e tanti saluti. Mosso quindi da un potente sdegno, comincio a chiedermi quanto costi a noi cittadini un luogo del genere per essere così sottoutilizzato e per il 70% non visitabile. Mi metto a cercare e ricercare tra i costosissimi siti web del Ministero della Cultura e scopro che Palazzo Farnese, non avendo personalità giuridica propria, confluisce in enti e sotto-enti di cui non vi è traccia di un bilancio pubblico. Interessante. Nemmeno la quantità di visitatori è resa palese. Strano. Non serve essere un imprenditore per capire che un luogo del genere vive in un baratro di totale debacle finanziaria. E qui si alza immediata la classica rimostranza: “Ma è un bene pubblico”. Benissimo, ma perché tutto ciò che è pubblico deve essere gestito in perdita costante, senza alcuna attività che possa rinverdire l’interesse sullo spazio e, conseguentemente, le sue casse?
Capiamo da dove ha origine questo male
La Prima Repubblica democristiana aveva costruito un modello in cui i partiti non governavano solo attraverso le istituzioni, ma attraverso il controllo capillare degli enti pubblici, delle partecipate, degli appalti. Il posto nell’ente comunale, nel museo statale, nella soprintendenza non era una funzione tecnica: era moneta di scambio elettorale. Questo ha generato organici gonfiati strutturalmente, dove il numero dei dipendenti rispondeva a logiche di consenso, non di efficienza.
In oltre sessant’anni, ancora così è il modello di gestione del patrimonio pubblico culturale che pesa allo Stato oltre i 3,5 miliardi di euro per il solo Ministero della Cultura (non contiamo enti comunali e regionali), con un incasso annuale derivante dai musei di 382 milioni. Il rapporto entrate/costi è meno di 1 a 9. Per ogni euro che i musei portano allo Stato, esso ne spende nove per gestirli.
Altri numeri rincuoranti?
I 458 musei statali, non appartenenti ai grandi poli, accolgono in media poco più di 28.000 visitatori l’anno ciascuno. I 4.411 musei non statali ne ricevono in media circa 15.000 l’anno. Tradotto: centinaia di musei comunali, provinciali, regionali restano sostanzialmente deserti, spesso aperti con personale a tempo pieno, costi fissi invariati e un pubblico che, in certi casi, conta qualche centinaio di persone al mese. Non oso fare il conto dei dirigenti assunti. E sapete perché non è cambiato nulla negli ultimi anni? Per due motivi sostanziali: uno di impiego, l’altro di appropriazione. Qualsiasi personaggio amico della politica, quando non si sa dove piazzarlo, lo si mette alla cultura. Con gran bene del management del settore.
Ma il secondo motivo, più radicato e radicale, è la convinzione diffusissima in molti dirigenti pubblici che i beni culturali non sono appannaggio di tutti, ma solo di una certa intellighenzia fatta dagli allegri membri canuti del Circolo Verdurin. Perché aprire questi spazi con virtuose collaborazioni con aziende e operatori del turismo? “Giammai! Il privato sbaglia, il privato è male, i turisti distruggono tutto”. Meglio lasciare tutto chiuso, inutilizzato, in teche sempre più polverose. Avete mai provato a proporre qualcosa a qualche museo? Avete mai avuto a che fare con le soprintendenze per le vostre attività commerciali? Buona fortuna.
Ridondante, poi, rimarcare l’atavico senso di immobilismo della dirigenza pubblica culturale, mai sottoposta ad alcun criterio di valutazione del rendimento. Grazie sindacati! Lo statalismo culturale al suo miglior apice, dove il patrimonio pubblico non è del pubblico, ma dello Stato. Noi dell’industria culturale speravamo che un governo con ampi partiti liberali potesse cambiare qualcosa. E invece…
Nel frattempo, questi palazzi, musei e castelli restano lì, a guardarci immobili e sornioni. Speriamo che non compia lo Stato ciò che non riuscirono i Lanzichenecchi.
Giovanni Calvario, 22 aprile 2026
Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).