Paolo Cirino Pomicino, quella volta che…

L'ex ministro Dc è stato un autentico animale politico. Con lui se ne va un altro modo di intendere l'arena pubblica

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Paolo Cirino Pomicino

Con la scomparsa di Paolo Cirino Pomicino se ne va un altro protagonista della Prima Repubblica che, al netto di tutte le sue ombre e contraddizioni, ha rappresentato una stagione politica di ben altra consistenza rispetto a quella odierna.

Pomicino è stato, prima di tutto, un autentico animale politico: uno di quelli che vivevano la politica non come semplice mestiere o occasione, ma come dimensione totale fatta di studio, relazioni, visione e capacità di lettura dei rapporti di forza. Era figlio di una scuola – quella della Democrazia Cristiana – che formava dirigenti abituati a governare la complessità, a muoversi dentro equilibri delicati, a tenere insieme interessi diversi senza smarrire il senso della direzione.

Figura complessa, ma proprio per questo profondamente rappresentativa di un’epoca in cui la politica non era mai semplificazione. Pomicino ne ha incarnato fino in fondo le dinamiche, muovendosi sempre da protagonista, con una costante capacità di lettura e interpretazione della realtà.

Oggi, guardando al panorama attuale, il confronto appare impietoso. Non si tratta di indulgere in nostalgie facili, ma di riconoscere una differenza di livello: culturale, strategico, persino umano. Quella classe dirigente aveva strumenti, profondità e una consapevolezza del potere che oggi sembrano smarrite, sostituite troppo spesso da improvvisazione e superficialità.

Ricordo, a questo proposito, un breve scambio personale che conservo con particolare nitidezza. Era la fine del 2022 quando, in vista della pubblicazione di un volume dedicato a Tangentopoli, lo contattai per chiedergli chiarimenti su alcune sue dichiarazioni relative a episodi che precedettero la controversa stagione di Mani Pulite. Cercavo di comprendere meglio le dinamiche di quegli anni, andando oltre le semplificazioni.

In particolare, gli chiesi approfondimenti su alcune interlocuzioni avvenute nella primavera del 1991 con Carlo De Benedetti, nelle quali l’ingegnere faceva esplicito riferimento a uno spostamento a sinistra degli assetti politici del Paese in favore del neonato PDS. Uno spostamento avallato anche dai cosiddetti “salotti buoni” della finanza del tempo, tra cui lo stesso De Benedetti, che in quella fase cercò, senza successo, di coinvolgere anche Pomicino. Di lì a poco, nel febbraio 1992, il ciclone Tangentopoli avrebbe travolto la Prima Repubblica e i suoi protagonisti.

Nonostante fosse reduce da una polmonite, Pomicino si mostrò disponibilissimo. Ma soprattutto ciò che mi colpì fu la sua energia: parlava con lucidità, con memoria viva, restituendo tutta la complessità e l’ambiguità di quella stagione senza mai rifugiarsi in letture comode o autoassolutorie. Era, ancora una volta, dentro la politica, anche nel racconto.

È forse questo il tratto che più resta: la politica come vocazione, come impegno, come esercizio continuo di interpretazione della realtà. Una cifra che oggi appare sempre più rara.

Salvatore Di Bartolo, 21 marzo 2026

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