Caffè avvelenato

Parole, opere e imam

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

imam torino
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Qui al bar crediamo nel difficile bilanciamento tra libertà e sicurezza. L’imam di Torino, hanno detto i giudici, non poteva essere tradotto in un Cpr perché, tra l’altro, la sua difesa degli attentati del 7 ottobre 2023 era un’opinione lecita, non un reato. Confessiamo la nostra sorpresa: nell’era della polizia linguistica, ci voleva un islamico, forse anche un po’ islamista, per farci scoprire che le parole non sono opere, che le idee non sono azioni. Con tanti saluti al ddl Zan, eterna tentazione della sinistra woke. Bene così.

Però il Viminale è andato oltre: secondo il ministro Matteo Piantedosi, il predicatore del capoluogo piemontese aveva legami con soggetti radicalizzati, addirittura arruolatisi nelle milizie fondamentaliste in Siria. Per i magistrati, nemmeno questo era un elemento sufficiente: quei “contatti”, Mohamed Shahin li ha “giustificati”. E poi erano “datati”. A questo punto, sorge una domanda: dove finiscono le ragioni di un uomo dalla condotta un po’ chiacchierata e dove inizia il dovere dello Stato di proteggere l’incolumità dei cittadini?

Le toghe quasi sempre fanno il loro dovere, al di là dell’ideologia. Però, almeno qui al bar, ogni tanto ci viene quella strana sensazione. Quella strana sensazione che la magistratura si preoccupi tanto di tutelare i migranti, anche quando delinquono, e gli imam, anche quando hanno avuto contatti con jihadisti, mentre applichi un metro sommamente severo se, ad esempio, qualche gioielliere o qualche guardia giurata italiani prendono la pistola e sparano a un rapinatore. Può ben darsi che la giustizia richieda questo: che non si possa espellere un imam che inneggia al 7 ottobre e che non si possa assolvere un uomo che ammazza un ladro travalicando, almeno secondo chi lo giudica, i limiti della legittima difesa. Eppure, a noi continua a fare strano. Saremo populisti. Ci beviamo su un caffè.

Il Barista, 17 dicembre 2025

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