Rilanciata come la madre di tutte le proposte da Elly Schlein la patrimoniale è tornata e lotta in mezzo a noi. La vuole Nicola Fratoianni, la esalta Ernesto Maria Ruffini che si sta allenando a bordo campo in attesa di un possibile pareggio alle prossime politiche, ma soprattutto ne fa nuovo elemento di persuasione e di pressione verso il nostro governo Vladis Dombroviskis che a nome della Commissione europea nelle raccomandazioni inserisce lo spostamento della tassazione dal lavoro alla rendita e la revisione del catasto.
Ma Bruxelles, come al Nazzareno, tace sulla sindrome irlandese che è la dimostrazione più evidente che la patrimoniale affossa l’economia. Eppure, come l’Ue ha sussurrato la parola patrimoniale ecco le vestali dell’Unione intonare un peana alle tasse. Ha cominciato Romano Prodi che, nostalgico del suo fu ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa, ha giurato che la “patrimoniale è bellissima”.
Si è accodata Elsa Fornero che col governo di Mario Monti sperimentò la patrimoniale imponendo l’Imu sulla prima casa. Nonostante questo, il governo Monti ha il record dell’incremento del debito pubblico in un arco temporale dato. I molti che hanno cercato di opporsi a questa albagia fiscale hanno puntato l’attenzione sulla difficile praticabilità della patrimoniale.
Si è giustamente osservato: a quale livello di ricchezza scatta? Comprende gli immobili, su cui peraltro in Italia c’è già un consistente prelievo, o solo le rendite finanziare? E come si fa a diversificare un trattamento fiscale tra chi detiene e azioni o titoli di Stato? Un incremento di fiscalità sui Btp creerebbe non trascurabili problemi di collocamento dei titoli con sgradevolissime conseguenze sul bilancio pubblico. E’ strano però che nessuno si sia riferito ai dati di Eurostat che peraltro rivelano ciò che tutti sanno: la prima regola europea è l’ipocrisia.
Perché l‘Europa che caldeggia la patrimoniale è la medesima Europa che rende esplicito con i numeri quanto sia nociva. E’ il caso Irlanda. Prendendo l’ultimo bollettino economico di Eurostat si certifica che “Nel primo trimestre del 2026 il Pil destagionalizzato è diminuito dello 0,2% nell’area dell’euro e dello 0,1% nell’Ue rispetto al trimestre precedente. Nel quarto trimestre del 2025, il Pil era aumentato dello 0,2% in entrambe le aree”.
Sia detto per inciso: perdurando i conflitti in Iran e in Ucraina è assai probabile che anche nel secondo trimestre si abbia un dato negativo il che certificherebbe a livello tecnico che l’Europa è in recessione. Cosa questo significhi per la credibilità dell’Ue come “potenza” sullo scacchiere globale è facile da intuire e quanto questo mortifichi la muscolarità delle dichiarazioni e delle azioni Ursula von der Leyen che ci vuole armati fino ai denti solo per fare un piacere al suo sodale il cancelliere (di latta) tedesco Friedrich Merz è di elementare intuizione.
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Ma il dato più allarmante è che con un’inflazione al 3,1% e supposta in salita la Bce si prepara a rialzare i tassi il che significa rallentare ancora l’economia se non addirittura agevolare la stagflazione. Sono considerazioni da farsi a tempo debito. Ciò che più interessa è capire perché il dato del Pil dell’Eurozona è negativo; la colpa è principalmente dell’Irlanda.
Possibile che un’economia relativamente modesta come dimensioni abbia condizionato i dati dell’intero continente? Sì possibile perché l’Irlanda nel primo trimestre ha fatto il meno 12,1 % di pil (già aveva avuto un ribasso del 4 per cento nell’ultimo trimestre dello scorso anno il che determina un crollo di quasi 17 punti nel prodotto interno loro irlandese) interamente dovuto alle tasse. Dublino ha affidato la sua rinascita economica al regime fiscale agevolato concesso alle multinazionali del farmaco e dell’hi-tech (a capitale soprattutto americano) che hanno stabilito nell’isola verde le loro sedi europee per beneficiare di una tassa piatta del 12,5%.
È bastato l’adeguamento in base alla Global minimum tax voluta dall’Europa del regime fiscale al 15% per far scappare i capitali. Tra licenziamenti, flussi finanziari deviati e trasferimento di capitali l’Irlanda ha perso in meno di quattro mesi il 27% della sua economia. A cui si è aggiunta la delocalizzazione e la contrazione degli insediamenti di big pharma dovuta sia alla diminuzione di domanda post-pandemia sia all’aumento delle tasse.
Va considerato che l’incremento fiscale è stato dell’appena 2,5%, ma ha determinato un crollo del pil del 12,1%. E’ argomento più che sufficiente per dimostrare come la patrimoniale non solo sia impraticabile in un mondo globalizzzato dove a spostare masse di capitali enormi basta un clic, ma sia dannosa.
A meno che – e qui va svelata l’ipocrisia italiana ed europea – la patrimoniale non la si voglia applicare solo sugli immobili. In Italia circa l’80% delle famiglie è proprietario di casa e non è per un accidente che a parlare di patrimoniale siano Prodi e la Fornero che della tassazione della prima casa sono stati gli epigoni e che perfettamente si accordano con la richiesta di Dombrovskis di rivedere il catasto.
Se da una parte la sindrome irlandese dimostra che la patrimoniale sui capitali è di fatto una sciagura per le casse pubbliche– e si dovrebbe ristudiare la curva di Laffer, ma avremo occasione di riparlare – dall’altra rende esplicito che in Italia quando si parla di patrimoniale si pensa solo a una cosa: tassare gli immobili. E’ il caso di tenerlo a mente qualora si dovesse votare.
Carlo Cambi, 9 giugno 2026
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