Cronaca

Perché i gestori non sono in galera? Quella lezione su Crans-Montana

Jacques Moretti e Jessica Maric a piede libero. Tutti si indignano, ma la pm spiega la motivazione

crans montana (4)
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Nessuno qui fa il tifo per i titolari del bar Le Constellation di Crans-Montana, andato in fiamme la notte di capodanno provocando una delle più drammatiche stragi che la Svizzera abbia mai vissuto. Se il processo stabilirà negligenze da parte di Jacques Moretti e Jessica Maric, sulla quantità di persone fatte entrare nel locale, sulle uscite di sicurezza, sui fonoassorbenti al tetto e tutto il resto, è giusto che paghino i loro errori come quelli di chi potrebbe non aver vigilato. Ma, appunto, bisognerà attendere l’esito del processo. Come scrivevamo ieri, occhio a non farsi accecare dalla sete di vendetta.

Il fatto è che siamo poco abituati, in Italia, a non trasformare ogni evento in un processo mediatico. A non emettere sentenze prima del tempo. A giudicare sulla base dei primi elementi, senza lasciare tempo al tempo. Per questo ci pare quasi strano che la Svizzera non abbia sbattuto subito in carcere i due gestori del locale. Lassismo? Forse no. Magari una piccola lezione di garantismo che il procuratore a capo delle indagini, Beatrice Pilloud, ha spiegato a Diario del Giorno. La pm non si è sbilanciata. Ha ribadito come l’ipotesi principale sia che la famosa fontanella sulla bottiglia di champagne abbia incendiato il soffitto al seguito del quale “c’è stata un’accensione generalizzata e violenta che è esplosa in una maniera molto rapida”. Ha assicurato che gli esperti stanno prendendo nota di tutte le regole in materia di incendio e che “l’inchiesta ci dirà se tutte le regole sono state rispettate”, incluse quelle sulle “uscite di emergenza, il numero delle persone che possono stare nel locale, gli estintori”.

Ma c’è un motivo se Jacques Moretti e Jessica Maric non sono stati ammanettati. “Il codice di Procedura penale svizzero – spiega Pilloud ci permette di mettere in detenzione solo in tre casi: quando c’è il rischio di collusione, e non è il caso di specie, di reiterazione del reato, e non è nemmeno questo, e di pericolo di fuga. Ci servono degli indizi concreti per arrivare a una conclusione sul rischio di fuga: al momento non c’è alcun rischio concreto di fuga da parte degli indagati”. Il che non significa: se sono colpevoli, la passeranno liscia. Ma: quando verranno ritenuti colpevoli da una sentenza, allora finiranno in carcere. Non prima. Non tanto per quietare la sete di vendetta dell’opinione pubblica.

In queste ore i coniugi sono di nuovo in Procura per essere interrogati come sospettati. Su di loro pende il sospetto che nelle ore immediatamente successive al rogo abbiano fatto sparire alcuni video dai canali social del locale, che possano scappare in Francia (che difficilmente concede l’estradizione) o far sparire documenti. Se così sarà accertato, scatteranno le manette. Ma se la Procura non ritiene al momento che vi siano questi rischi, considerato anche che un’auto della polizia staziona di fronte a casa loro, bisogna accettarlo in virtù del nostro dna garantista. La detenzione preventiva è una cosa seria, perché limita la libertà di presunti innocenti e va disposta solo se vi sono “indizi concreti”.

Un principio quasi inconcepibile per un Paese come il nostro dove, come nel caso della maxi indagine sull’urbanistica milanese, i pm sono riusciti a farsi annullare dal Riesame cinque arresti sui sei. Disposti evidentemente senza un buon motivo. Abbiamo di che imparare.

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