
Vedi questo Zoro, promoter televisivo di gente come Soumahoro e Francesca Albanese, lo vedi così tronfio, antropomorfo antropologicamente piddino, e capisci la disfatta di una generazione, scusate, di coglioni, fuori dal riferimento personale, nel senso più generale possibile. Lo vedi, li vedi, così soddisfatti delle cazzate che eruttano, che reiterano, l’elogio, l’urgenza della censura a quella pagliacciata fascio comunista di Più libri più stronzi, “l’importante è che l’anno prossimo di editori fascisti non ce ne vengano cinque, dieci”, con la sicurezza di chi la considera cosa nostra e non ci credi a tanta idiozia compiaciuta: ma come, avete fatto una figura di merda, avete lanciato un editore più o meno fascista che nessuno conosceva, avete organizzato una rappresaglia penosa a Giubilei affidandola a un capobastone di Ilaria Salis, detto tutto, avete perso lettori, visitatori, affari, credibilità, avete fatto pietà su tutta la linea e siete pure soddisfatti?
Lo vedi questo Zoro e non ci credi, dai, non può essere vero questo testimonial cartonato del piddinismo in menopausa, lui come Zerocalcare, come i firmaioli coperti di ridicolo, questi operai specializzati della propaganda, e due domande te le fai: ma come fa gente talmente mediocre a stare dove sta, a campare e anche piuttosto bene? E non capisci se stanno lì a presidiare “le case matte del potere” per conto di chi ce li ha messi o se a forza di atteggiarsi nella stupidità sono diventati proprio così, si sono raggiunti per dirla con Nietzsche.
E ti sale però come una tristezza, una mestizia, un avvilimento per tutto quel parlar del niente, per quel blaterarsi addosso, mandarsi segnali, scambiarsi pipponi di ortodossia segandosi pure tra di loro, meschini come sono. Più liberi più stronzi, è stato osservato, è al capolinea, al tramonto di una inciviltà, la sinistra di potere e di affari che raggiunge il climax dell’intolleranza infantile, quella faziosità berciante, esibizionistica, che diventa patetica e tutto questo mette tristezza come la mettono le cose morte che finiscono nel cimitero delle intenzioni e della storia. A vederli così convinti ancora nella loro imbecilità suicida ti par di sentire nel vento i Recuerdos de Alhambra di Tàrrega. Straziante. Poi ride, nella sua pinguedine, ma perché sti piddini invecchiati sono tutti così, appesantiti, sfatti, ride sto Diego Bianchi in arte Zoro, forse chissà uno strampalato omaggio alla romanità, al Carlo Verdone di Acqua e sapone, ma a ripensarci, a rimembrare “sta stronza che so’ due ore che stai a ciancicà” e “attento fasscio che non ce metto ggnente” capisci che Verdone non era un sociologo, non era un cronista, non era un comico: era un profeta.
Max Del Papa, 8 dicembre 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).