
Bologna non delude mai quando si tratta di sparate woke. Nel Comune guidato dal dem Matteo Lepore si sono inventati l’ennesima trovata ideologica con tanto di etichetta “inclusiva”: si chiama Laboratorio ginecologico popolare e, a sentire l’amministrazione, sarebbe nato “per rispondere ai bisogni delle fasce più fragili della popolazione, con particolare attenzione alle persone con bisogni di salute sessuale e riproduttiva”. Tradotto dal burocratese progressista: un normale consultorio.
Sì, perché quello che una volta si chiamava semplicemente “consultorio” — e funzionava benissimo — oggi deve essere impacchettato in un linguaggio da manuale del politicamente corretto. E così, ecco che il servizio si rivolge a “donne e persone con capacità gestante”. Sì, avete letto bene: persone con capacità gestante. Un modo contorto per indicare… chi può rimanere incinta. Ma guai a dire “donne”, perché altrimenti qualcuno potrebbe offendersi. E allora si finisce per fare giri di parole per non scontentare i trans. O meglio, le donne che si identificano come uomini. Ma che biologicamente sono donne. Robe da matti.
Ma non è finita. Il “laboratorio” è destinato anche ai “giovani NEET” (quelli che non studiano e non lavorano), alle “persone con background migratorio”, e a chiunque rientri in qualche sigla ideologica. Un elenco infinito di categorie che, paradossalmente, finisce per escludere più di quanto includa. Ma evidentemente a sinistra va bene così, basta mettere tante etichette e parlare di “inclusività”. Peccato che i consultori esistano da decenni, anche a Bologna. E funzionano, senza dover passare per il dizionario della cultura del risveglio. Luoghi sicuri per tutte le donne, senza inutili complicazioni linguistiche. Ma ora, per fare più “moderno”, si inventano un nuovo nome e ci mettono sopra la firma della sinistra sociale.
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Secondo il comunicato del Comune, questo spazio “nasce dal basso, con pratiche di ascolto, di attivismo e autodeterminazione”. Tradotto: è un progetto figlio dei centri sociali. In questo caso del Labas, lo stesso che come evidenziato dal Giornale ha occupato l’ex caserma Masini per anni, prima di vincere un bando per prendersi gli spazi attuali. Insomma, tutto torna: dalla protesta alla gestione, sempre però con la benedizione del Comune. Il Laboratorio ginecologico popolare non è altro che un consultorio vecchio stampo, ma con l’aggiunta di slogan, linguaggio ideologico e tanta, tantissima propaganda.
Come ormai ben sappiamo, Bologna non è nuova a iniziative così iper-inclusive. Il Comune a guida Partito Democratico è diventato famoso per aver realizzato il manuale woke “Parole che fanno la differenza. Scrivere e comunicare rispettando le differenze di genere” e aver approvato corsi in salsa gender per il personale scolastico,mentre l’ultima trovata dell’amministrazione dem guidata da Matteo Lepore è stato l’Atlante di genere per una città femminista per “favorire una comprensione più profonda di come il genere influenzi il modo in cui le persone vivono e si muovono negli spazi urbani”. Iniziativa ultra-ideologiche, mirate ad accontentare questa o quella minoranza. Ma i problemi veri dei cittadini bolognesi sono altri…
Franco Lodige, 20 giugno 2025
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