
Nelle ultime settimane abbiamo assistito, anche a Lodi, a un fenomeno che desta profonda preoccupazione: la crescente strumentalizzazione dei bambini e dei ragazzi a fini ideologici e politici. L’invito rivolto alle scuole a partecipare a cortei “rumorosi per Gaza” e a costruire mestoli e coperchi per “fare rumore”, rappresenta una deriva educativa grave e inaccettabile. La scuola deve essere il luogo del pensiero critico, non dell’indottrinamento. Educare non significa orientare gli studenti verso una parte, ma insegnare loro a comprendere la complessità del reale, a distinguere tra fatti e propaganda, a sviluppare autonomia di giudizio. Quando si riduce la tragedia mediorientale a un atto di tifoseria, si tradisce la missione più alta dell’educazione.
Slogan come “Facciamo rumore per Gaza” trasmettono un messaggio pedagogicamente devastante: che ha ragione chi fa più rumore. È l’esatto contrario della cultura democratica, del dialogo e della ragionevolezza che la scuola dovrebbe coltivare. Il compito degli educatori non è insegnare a gridare più forte, ma a capire meglio. Non è alimentare rabbia e contrapposizione, ma far maturare empatia, discernimento e senso di giustizia. Ancora più grave è che tutto questo avvenga sotto l’etichetta della pace. Usare la parola “pace” per coprire posizioni unilaterali, ostili verso uno solo dei contendenti e indulgenti verso l’altro, significa svuotarla del suo senso più profondo. La pace non è un corteo né un tamburo: è un percorso faticoso, fatto di verità, responsabilità e riconoscimento reciproco.
In questo contesto, risulta altamente problematica anche la cosiddetta “Lettera per Gaza” sottoscritta da 326 docenti lodigiani, in cui si accusa lo Stato d’Israele di perseguire un “disegno di eliminazione totale della popolazione palestinese”, arrivando a evocare analogie con la Germania nazista e con Adolf Eichmann. Tali parole non solo travalicano ogni misura di equilibrio e decoro, ma rappresentano una distorsione storica e morale che disonora la funzione educativa di chi le pronuncia. Chi insegna ha il dovere di distinguere tra la legittima compassione per le vittime e l’uso politico dell’odio. Equiparare Israele al nazismo significa banalizzare il male e infliggere un’ulteriore ferita alla memoria. È inaccettabile che questo linguaggio venga veicolato nelle scuole, dove invece dovremmo trasmettere agli studenti la capacità di riconoscere l’umanità di tutti, di condannare il terrorismo senza ambiguità e di comprendere che la pace non si costruisce con la negazione di uno Stato o di un popolo. La scuola non deve essere una cassa di risonanza di ideologie, ma un laboratorio di verità. Non può permettersi di trasformare bambini e adolescenti in strumenti di una propaganda emotiva, spingendoli in piazza per “fare rumore”, quando il vero compito educativo è fare chiarezza.
Ciò che oggi serve è silenzio pensante, non frastuono inconsapevole. Serve lo studio della storia, non la sua deformazione. Serve una cultura della responsabilità che difenda i valori della civiltà occidentale – libertà, pluralismo, tolleranza – senza scadere in caricature ideologiche. Insegnare la pace significa insegnare il rispetto della verità, anche quando è scomoda. Significa aiutare i ragazzi a comprendere che la giustizia non si misura dal numero di megafoni, ma dalla coerenza con i principi di umanità e di libertà. Significa, in ultima analisi, ricordare che la neutralità morale davanti al terrorismo non è pace, ma complicità. Per questo la scuola anche a Lodi deve tornare a essere un luogo di crescita, di confronto e di libertà, non di propaganda. Un’istituzione che non insegna a schierarsi, ma a pensare. Un faro di cultura, non un tamburo di piazza.
Lorenzo Maggi, 10 ottobre 2025
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