Un incremento delle retribuzioni fino a 20mila euro all’anno e arretrati che possono sfiorare i 100mila euro a testa: è questa la somma rivendicata dalle toghe a seguito delle sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, per un conto totale che per le casse pubbliche ammonta a circa 979 milioni di euro (quasi un miliardo).
Di fronte a questa richiesta e all’obbligo di firmare il Dpcm attuativo, arriva il secco no della premier Meloni. Raggiunta al telefono dall’Adnkronos, il presidente del Consiglio chiarisce fermamente la sua posizione rispetto a un esecutivo impegnato a cercare risorse per far fronte al rincaro dei prezzi e sostenere i settori chiave del Paese: “Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”.
L’impegno del governo per trovare i fondi necessari a tutelare agricoltori, pescatori, famiglie e soprattutto il comparto dei trasporti su gomma (per il quale servono almeno 100 milioni di euro) si scontra così con il maxi-conto richiesto dalla magistratura. La premier, tuttavia, lascia aperta la strada del confronto: “Dopodiché – prosegue la premier – se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”.
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