Politico Quotidiano

Breve elenco delle promesse non mantenute dall’influencer Matteo Renzi

Il leader di Italia Viva ossessionato dalle dimissioni di Giorgia Meloni. Lui, dice, quando l'ha promesso l'ha fatto. Sicuri?

Matteo Renzi
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C’è un punto che Matteo Renzi non può aggirare: la sua plateale, reiterata incoerenza. Non una sfumatura, non un cambio di linea dettato dagli eventi, ma una contraddizione frontale tra ciò che ha reiteratamente promesso agli italiani e ciò che invece ha fatto. Aveva costruito la propria credibilità su un aut aut: se perdo, lascio la politica. Non “valuterò”, non “rifletterò”, ma esco di scena.

E invece è rimasto.

Ed è qui che il confronto con Giorgia Meloni diventa inevitabile: si può discutere, criticare, contestare ogni sua scelta politica, ma c’è una differenza sostanziale. Meloni non ha mai legato la propria permanenza in politica a un referendum, non ha mai promesso dimissioni o addii in caso di sconfitta. Renzi sì. Più volte. In modo esplicito. E oggi, proprio per questo, non può permettersi di fare la morale agli altri.

Perché quelle parole esistono. Sono scolpite. E sono tante, così come raccolta dall’Espresso e dal Fatto.

Il 12 marzo 2014, in Consiglio dei Ministri:
“Lo dico qui, prendendomene la responsabilità, che se non riesco a superare il bicameralismo perfetto non considero chiusa l’esperienza del governo, considero chiusa la mia esperienza politica”.

Il 30 marzo 2014, al Tg2:
“O facciamo le riforme, o non ha senso che io stia al governo. Se non passa la riforma del Senato, finisce la mia storia politica”.

Il 29 dicembre 2015, in conferenza stampa:
“È del tutto evidente che se perdo il referendum costituzionale, considero fallita la mia esperienza in politica”.

Il 20 gennaio 2016, in Aula al Senato:
“Lo ripeto anche qui: se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza politica. Credo profondamente nel valore della dignità della cosa pubblica”.

Il 12 marzo 2016, alla scuola di formazione del Pd:
“Se perdiamo il referendum è doveroso trarne conseguenze: è sacrosanto non solo che il governo vada a casa, ma che io consideri terminata la mia esperienza politica”.

Il 20 marzo 2016, al congresso dei Giovani Democratici:
“Io ho già la mia clessidra girata. Se mi va male, se perdo la sfida della credibilità o il referendum del 2016, vado via subito e non mi vedete più”.

L’8 maggio 2016, a Che tempo che fa:
“Non è personalizzazione, ma serietà. Se io perdo, con che faccia rimango? Ma non è che vado a casa: smetto proprio di fare politica”.

L’11 maggio 2016, a Radio Capital:
“Se non passa il referendum la mia carriera politica finisce qui. Vado a fare altro”.

Il 2 giugno 2016, al Foglio:
“Io sono fiducioso che vinceremo bene. Ma se il referendum andrà male continuerò a seguire la politica come cittadino libero e informato, ma cambierò mestiere. Vuole uno slogan semplice? O cambio l’Italia o cambio mestiere”.

Queste sono solo alcune delle dichiarazioni rilasciate a suo tempo dall’ex premier. Ma il senso è uno, chiarissimo: sconfitta uguale uscita dalla politica.

Poi arrivò il 4 dicembre 2016. Gli italiani bocciarono la riforma. Renzi si dimise da Presidente del Consiglio — atto voluto, non dovuto — ma tutto il resto evaporò. Nessun ritiro, nessun “cambio di mestiere”, nessuna uscita di scena. Anzi: piena continuità politica — leggasi governo Gentiloni, nuovi progetti, nuove trame, nuove ambizioni.

E allora il punto diventa dirimente. Non è in discussione il diritto di restare: in democrazia, chiunque può continuare a fare politica. È in discussione la coerenza tra parola e azione. Perché chi per mesi ripete “se perdo smetto” e poi resta rompe un patto di credibilità con gli elettori.

Per questo oggi, quando Renzi attacca Giorgia Meloni, il problema non è la critica in sé. È la posizione da cui la fa. Perché chi ha legato il proprio destino politico a una promessa così netta e poi l’ha disattesa difficilmente può ergersi a giudice della coerenza altrui.

In politica si può cambiare idea. Si può anche tornare sui propri passi. Ma non si può pretendere che nessuno se ne accorga.

La sua clessidra, Matteo Renzi, l’aveva girata da solo. Il problema è che, ancora oggi, continua a comportarsi come se il tempo non fosse mai scaduto.

Salvatore Di Bartolo, 26 marzo 2026

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