L’iniziativa promossa da Alessandro Di Battista e dalla sua associazione “Schierarsi”, che punta ad abolire il finanziamento pubblico ai giornali, viene presentata come una battaglia di libertà contro presunti privilegi e manipolazioni. In realtà, rischia di produrre l’effetto opposto: indebolire il pluralismo e restringere ulteriormente gli spazi di una informazione libera e indipendente. Il finanziamento pubblico all’editoria, pur con tutti i suoi limiti e le necessarie riforme, nasce con un obiettivo preciso: garantire la sopravvivenza di una pluralità di voci, comprese quelle minoritarie, locali o non allineate ai grandi interessi economici.
Eliminare in blocco questo sostegno significa ignorare una dinamica fondamentale del mercato dell’informazione: senza un minimo di tutela, le realtà più fragili sono le prime a scomparire. I grandi gruppi editoriali, che questa proposta vorrebbe colpire, difficilmente verranno scalfiti. Hanno già accesso a capitali privati, investitori, inserzionisti e reti di potere economico che consentono loro di reggere anche senza contributi pubblici. Anzi, in un sistema privo di sostegno statale, il loro peso rischia di aumentare ulteriormente. Saranno proprio i finanziatori privati a esercitare un’influenza crescente, spesso meno trasparente e più pervasiva di qualsiasi contributo pubblico regolato.
A pagarne il prezzo saranno invece i piccoli giornali, le cooperative editoriali, le testate indipendenti che operano in contesti locali o che danno voce a minoranze culturali e politiche. Quelle realtà che costituiscono il tessuto vivo del pluralismo informativo, e che difficilmente possono competere sul mercato pubblicitario o attirare grandi investimenti. C’è poi un elemento culturale che non può essere ignorato. Questa proposta si inserisce in una retorica ormai familiare: quella che dipinge l’informazione come un blocco monolitico, corrotto e asservito, alimentando sfiducia generalizzata nei confronti dei media. È una narrazione semplice, emotiva, ma profondamente fuorviante.
L’informazione è un ecosistema complesso, fatto di differenze, conflitti e anche contraddizioni. Ridurlo a un nemico da abbattere è una scorciatoia populista che non aiuta i cittadini a comprendere, ma li spinge a diffidare indiscriminatamente. In ultima analisi, quella che viene proposta come una riforma “di buonsenso” appare piuttosto come l’ennesima misura miope, figlia di un populismo rozzo e sconclusionato. Colpisce un bersaglio facile sul piano retorico, ma ignora le conseguenze reali. E il risultato, ancora una volta, rischia di essere un sistema dell’informazione più povero, più concentrato e meno libero.
Salvatore Di Bartolo, 3 maggio 2026
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