
Le perplessità sollevate dal direttore Alessandro Sallusti sulla nomina di Stefania Craxi a capogruppo di Forza Italia al Senato si inseriscono in una linea interpretativa piuttosto diffusa, che tende a considerare la tradizione socialista e il perimetro liberale come distanti, se non difficilmente conciliabili. Una lettura che, tuttavia, merita di essere osservata con maggiore attenzione alla luce della storia politica italiana.
Per comprenderne la complessità, basterebbe tornare alla figura di Bettino Craxi. Prima ancora che leader del PSI, Craxi è stato un interprete originale di una cultura politica che ha fatto della libertà il proprio cardine. Libertà intesa non solo come principio astratto, ma come pratica concreta: sostegno ai dissidenti nei regimi autoritari, antitotalitarismo netto, rottura definitiva con l’orbita sovietica e modernizzazione del socialismo italiano in senso occidentale.
In questo senso, il cosiddetto “socialismo craxiano” non è mai stato incompatibile con il liberalismo. Al contrario, ne ha rappresentato una declinazione italiana, riformista e pragmatica. È proprio qui che si colloca l’equivoco: pensare che il liberalismo sia una proprietà esclusiva di chi se ne dichiara formalmente interprete, quando invece esso è, prima di tutto, una cultura politica, un metodo, una visione della società fondata sulla centralità dell’individuo, delle libertà e delle istituzioni democratiche.
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Stefania Craxi è figlia di quella storia. Non solo per eredità familiare, ma per coerenza politica. Il suo percorso, dentro e fuori le istituzioni, si è sempre sviluppato dentro quel solco: atlantismo, difesa delle libertà, attenzione ai diritti e alla dimensione internazionale delle democrazie. Non c’è, dunque, alcuna contraddizione nel suo approdo ai vertici di Forza Italia.
Anzi, a ben vedere, si tratta di una collocazione naturale. Forza Italia nasce come partito liberale, europeista, garantista. E nella sua storia ha già saputo accogliere e valorizzare molteplici figure provenienti da una tradizione socialista riformista. Non è un’eccezione, ma una continuità. Dopo la fine della Prima Repubblica, gli ex socialisti del PSI diedero infatti un impulso fondamentale alla nascita e alla crescita del partito guidato da Silvio Berlusconi, un contributo che lo stesso Berlusconi ha sempre riconosciuto con chiarezza.
Per questo, più che sorprendere, l’ascesa di Stefania Craxi ai vertici del partito dovrebbe essere letta come un segnale di coerenza: tra storia e presente, tra cultura politica e funzione istituzionale. Non è Forza Italia che si allontana dal liberalismo accogliendo una figura proveniente dal socialismo riformista; è semmai la conferma che quel liberalismo, quando è autentico, sa riconoscere affinità oltre le etichette.
Anche perché, sia chiaro, non serve esibire una patente liberale per essere tale. Conta la pratica politica, la visione, la capacità di tradurre i principi in azione. Stefania Craxi, in questo senso, ha già dato prova sufficiente. E la sua nomina, lungi dall’essere un’anomalia, rappresenta una sintesi riuscita tra storia, valori e prospettiva politica. Una convergenza che, oggi più che mai, appare non solo legittima, ma anche necessaria.
Salvatore Di Bartolo, 27 marzo 2026
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