C’è una differenza sostanziale tra l’analisi politica e l’apocalisse da talk show. L’intervento di Corrado Formigli a diMartedì appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Sostenere che la crescita del fronte del No in un referendum sulla giustizia sia legata alla “sopravvivenza dello Stato liberale per come lo hanno disegnato i Padri costituenti” non è un’argomentazione: è una drammatizzazione degna di un trailer catastrofico. È l’arte di trasformare una consultazione tecnica su norme e meccanismi giudiziari in una battaglia escatologica tra civiltà e barbarie.
Davvero siamo arrivati a questo? È concepibile l’idea che ogni modifica normativa debba necessariamente essere equiparata a un attentato allo Stato liberale? Ogni riforma, anche parziale, a un colpo di piccone alla Costituzione? Se si accetta questa logica, qualsiasi intervento sul sistema giudiziario diventa automaticamente sospetto, se non addirittura eversivo.
Peraltro, l’idea che chi voti in un certo modo lo faccia per “salvare” l’architettura costituzionale presuppone che milioni di cittadini siano improvvisamente diventati custodi supremi dell’ortodossia liberale.
È una narrazione senz’altro suggestiva, ma priva di riscontri concreti. Le campagne referendarie sono fatte di slogan, semplificazioni, interessi politici e posizionamenti tattici. Attribuire al fronte del No una superiore consapevolezza costituzionale è un mero esercizio retorico, non certo un’analisi.
C’è poi un ulteriore nodo logico evidente: lo Stato liberale non è una reliquia fragile che si sgretola al primo ritocco normativo. È un sistema complesso, fondato su equilibri, contrappesi e procedure di revisione.
Se bastasse un referendum abrogativo a decretarne la fine, significherebbe che quel sistema è già irrimediabilmente instabile. E questo, francamente, è un insulto all’impianto costituzionale che si pretende di difendere.
Il vero problema di dichiarazioni come quelle di Formigli non è l’opinione in sé — legittima, per carità — ma la caricatura del confronto. Quando il dissenso viene ridotto a minaccia esistenziale, si alza certamente il volume, ma si abbassa radicalmente il livello. Si sostituisce il merito con l’allarme, l’argomentazione con la suggestione.
Perché, se tutto è “in ballo”, nulla lo è davvero. E quando ogni tornata referendaria diventa una resa dei conti con la storia, il dibattito pubblico scivola irrimediabilmente nel melodramma permanente. Non è difesa dello Stato liberale: è retorica muscolare travestita da vigilanza democratica.
Più che un’analisi, un delirio iperbolico. E il Paese, francamente, non ha bisogno di profeti di sventura da talk show, ma di discussioni serie, lucide, circostanziate e ancorate ai fatti. Tutto il resto è sceneggiatura
Salvatore di Bartolo, 18 febbraio 2026
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