“Ci accusate di un reato? Ne risponderete”. L’ira di Nordio gela il Pd

Serracchiani cita Report e parla di controllo remoto dei pc delle toghe. Il ministro replica duro: “Un’accusa gravissima”

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nordio riforma

C’è un Paese in cui basta una trasmissione televisiva, un sospetto buttato lì e il solito riflesso pavloviano dell’opposizione perché si gridi al “regime”. Succede in Italia, succede sulla giustizia, succede ancora una volta contro Carlo Nordio. La miccia la accende Debora Serracchiani, che in Aula tira fuori “Report” e parla di un presunto controllo remoto dei computer dei magistrati italiani. Un’accusa pesantissima.

Tant’è che il ministro della Giustizia non la prende affatto come una polemica politica qualsiasi. La definisce per quello che è: un’affermazione gravissima, che equivale ad accusare il governo di aver commesso un reato. E infatti Nordio lo dice senza giri di parole: “Trovo gravissima l’affermazione di Serracchiani (Pd) che noi avremmo messo sotto controllo i computer dei magistrati. Mettere sotto controllo un computer e intercettare le comunicazioni è un reato. Quindi secondo lei noi avremmo commesso un reato, questa è un’affermazione molto grave sulla quale rifletteremo e ne trarremo le conseguenze“.

La deputata Pd aveva rilanciato così l’allarme in Aula: “Mentre noi siamo qui e parliamo è successa una cosa gravissima di cui mi auguro e spero lei voglia spendere due parole prima di allontanarsi da quest’Aula. Abbiamo appreso da Report di un’inchiesta da cui emergerebbe che tutti i personal computer dei magistrati italiani sono sottoposti a controllo da remoto e che questo sarebbe avvenuto dal 2024 su indicazione precisa di Palazzo Chigi e il Ministero della Giustizia”. E poi l’immarcescibile richiesta di dimissioni, il richiamo alla Costituzione, la parola “regime” agitata come uno spauracchio buono per ogni stagione: “Allora, Ministro, se è vero questo, noi la invitiamo ancora una volta a dimettersi perché non è in grado di difendere il sistema della giustizia italiana – aggiunge -. E non è in grado di difendere la Costituzione italiana, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. E vogliamo che venga in aula la Presidente del Consiglio a riferire su questo fatto gravissimo. Il controllo della magistratura come il controllo della libera informazione vuol dire regime, non vuol dire democrazia”. Ora, al netto del clamore, la scena è sempre la stessa: un’inchiesta giornalistica diventa verità rivelata, l’opposizione alza i toni, il governo viene descritto come autoritario. Peccato che manchino i fatti, e che l’accusa, così com’è formulata, sia talmente seria da richiedere prove, non slogan.

Nel frattempo Nordio va avanti. Spiega, puntualizza, e nel giorno del confronto più duro sulla riforma della giustizia — con il referendum all’orizzonte — smonta uno per uno i mantra della sinistra. A cominciare dall’idea che la riforma sia un “colpo di mano” contro la magistratura. Per il ministro è l’esatto contrario: un tentativo di completare una rivoluzione processuale iniziata quarant’anni fa. Lo ricorda chiaramente in Aula, citando anche chi, dall’opposizione, ammette sottovoce che il merito della riforma non è scandaloso, ma che il problema è politico. E quando fa riferimento a queste ammissioni, dalla sinistra parte la solita caciara. Fischi, proteste, rumore. Classico. Nordio insiste: la riforma costituzionale non è contro i magistrati, né contro l’opposizione. È una riforma che affonda le radici nella stagione di Vassalli, non in un’oscura vendetta del centrodestra. Ma dirlo in Parlamento, oggi, sembra quasi un atto rivoluzionario.

Poi ci sono i numeri, quelli che fanno meno notizia ma tengono in piedi i tribunali. Il ministro rivendica le risorse per il personale Pnrr: almeno 225 milioni di euro per stabilizzare oltre 6.000 addetti, con la possibilità di nuove assunzioni nei prossimi anni. E rivendica anche il lavoro sull’arretrato, con il progetto Pintopaga, che punta a cancellare nel biennio 2025-2026 il fardello delle cause Pinto accumulate dal 2015 al 2023. Oltre 60 mila istanze liquidate solo nel 2025. Insomma, mentre l’opposizione urla al “regime”, il ministro parla di riforme, soldi, assunzioni e arretrati smaltiti. Due piani diversi. E come spesso accade, il rumore copre i fatti. Ma i fatti, prima o poi, restano. E le accuse, se sono davvero così gravi, dovranno essere dimostrate. Non basta averle viste in tv.

Franco Lodige, 21 gennaio 2026

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