Politico Quotidiano

Conte-Schlein, la guerra è già iniziata: è psicodramma campo largo

I 5 Stelle non accettano che il primo partito “prenda tutto”. E mentre discutono del leader, manca ancora il programma comune

Schlein Conte Campo Largo Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Altro che campo largo. Qui, a forza di allargarlo, rischiano semplicemente di farlo esplodere. Perché Pd, Movimento 5 Stelle e cespugli vari della futura coalizione anti-Meloni sembrano essere d’accordo sostanzialmente su una cosa sola: che Giorgia Meloni deve andare a casa. Sul resto, buio pesto. Non c’è ancora un programma comune, non è chiaro chi debba guidare l’alleanza e adesso scopriamo che non riescono neppure a stabilire la regola con cui scegliere il candidato premier.

Giuseppe Conte, almeno, ha deciso di mettere le carte sul tavolo. E le carte dicono che al Movimento 5 Stelle non va affatto bene l’idea secondo cui il partito più forte della coalizione possa automaticamente esprimere il leader. Tradotto: se il Pd arriva primo, Elly Schlein non può semplicemente prendere le chiavi del campo largo e accomodarsi alla guida.

“Se l’unica possibilità che ci viene offerta è dire che il partito più forte prende tutto, questa è una cosa che nel momento in cui si sta costruendo un’alleanza con forze politiche che hanno diverse sensibilità non è sostenibile”, ha spiegato Conte a La7. E ancora: “Tutte le altre forze sarebbero automaticamente degradate a cespugli”.

Il problema è che i cespugli, nel frattempo, litigano persino sul metodo. Conte vuole le primarie e considera ormai “stucchevole e snervante” il dibattito interno: “Se non le vogliono, ce lo dicano”. Come racconta Repubblica, dentro il campo largo cresce infatti il timore che una sfida Schlein-Conte ai gazebo possa trasformarsi in una guerra fratricida, lasciando sul terreno elettori scontenti e ferite difficili da rimarginare proprio alla vigilia delle Politiche. E non è esattamente un dettaglio.

Antonio Decaro propone di fare l’esatto contrario: prima il programma, poi possibilmente un candidato condiviso e soltanto in caso di fallimento le primarie. Eugenio Giani si domanda addirittura quale senso possano avere le primarie con l’attuale legge elettorale. Nicola Fratoianni, invece, sembra aver perso la pazienza: “Dobbiamo smetterla di perdere tempo“, perché agli italiani, sostiene, interessa sapere cosa farà il centrosinistra se vincerà, non “chi deve fare il capo”. Appunto.

Perché mentre discutono da settimane su chi debba fare il capo, ancora non si capisce bene che cosa dovrebbe fare questo eventuale governo. Il programma comune non c’è. Il Movimento 5 Stelle presenterà il proprio soltanto alla kermesse di Milano del 19 e 20 settembre. Nel frattempo il tavolo della coalizione può attendere. E così l’alleanza che dovrebbe presentarsi agli italiani come alternativa “coerente e solida” alla Meloni non ha ancora deciso né cosa pensa né chi la guida né come scegliere chi la guiderà. Un dettaglio abbastanza curioso per chi punta a governare il Paese.

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Conte, peraltro, contesta anche il modello del centrodestra. Da quelle parti la regola è semplice: normalmente il partito che prende più voti esprime il candidato premier. Secondo il leader pentastellato funziona perché è una regola consolidata e perché, nel corso degli anni, la leadership può passare da un partito all’altro. Nel campo largo, invece, applicarla significherebbe secondo lui condannare tutti gli altri a un ruolo subordinato. Ed eccoci al punto. Altro che grande coalizione già pronta a sfidare Meloni. Siamo ancora alla discussione preliminare sulle istruzioni per il montaggio.

Schlein, prudentemente, prova a cambiare argomento e torna ad attaccare il governo sul costo della vita. Comprensibile. Perché guardare dentro casa propria in questo momento potrebbe essere piuttosto complicato. Il centrosinistra vuole convincere gli italiani di essere pronto a governare. Ma prima dovrebbe convincere sé stesso di essere davvero un’alleanza. Per ora assomiglia molto di più a una polveriera: Conte non vuole farsi comandare dal Pd, nel Pd non tutti vogliono le primarie, Fratoianni non vuole perdere altro tempo e nessuno ha ancora scritto un programma condiviso. Manca praticamente tutto. Tranne la certezza di voler battere Meloni. Che però, più che un programma di governo, sembra ancora l’unico collante disponibile.

Massimo Balsamo, 1 settembre 2026

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