
Come molti della mia generazione, sono stato segnato dai condizionamenti ricevuti nel periodo in cui ho preso coscienza politica militando nel Partito Liberale degli anni ’80. In quel periodo ho subito ininterrottamente la narrazione dominante sull’inadeguatezza della destra e la mancanza di capacità di governo, sentendomi sempre collocato “dalla parte sbagliata della storia”.
La vulgata più diffusa, indipendentemente da qualsiasi risultato elettorale, era che la destra fosse priva di una vera classe dirigente. I milioni di voti che raccoglieva venivano considerati un incidente di percorso, frutto di ignoranza ed egoismo del corpo elettorale, che imponeva alla DC e alla sinistra il dovere di “salvare” il Paese presentandosi come baluardo contro le presunte orde barbariche pronte ad assediarne le mura.
La realtà era diversa e il solo interesse era blindare la Presidenza della Repubblica e occupare stabilmente il Governo. Ma quella balla l’ho letta e sentita così tante volte che, quasi senza accorgermene, ho finito come tanti per crederci. La canottiera di Bossi, le fette di mortadella in Parlamento, i commercialisti di provincia, l’inadeguatezza attribuita a chiunque venisse proposto per ruoli di governo: tutto serviva a dimostrare che la destra non sarebbe mai stata matura per governare.
Questa fesseria, propagandata con efficacia dal centrosinistra, ha legittimato per decenni ribaltoni, governi tecnici, balneari o di scopo, imponendoci scialbi protagonisti ed impedendo l’ascesa al Quirinale di qualsiasi figura gli fosse sgradita.
Avremmo potuto avere alla Presidenza della Repubblica un grande liberale come Edgardo Sogno – ambasciatore e medaglia d’oro della Resistenza – ma nell’Italia di allora era impossibile.
Oggi, con il governo Meloni destinato a diventare il più longevo della Repubblica, quella narrazione appare definitivamente sgonfiata. Non perché la destra si sia trasformata all’improvviso in un’accademia di sapienti, ma perché ha potuto dimostrare sul campo ciò che per decenni le era stato negato: può durare, gestire crisi complesse, trattare da pari con Europa e resto del mondo, nominare e amministrare senza implodere.
Rispetto agli anni berlusconiani – segnati da un forte personalismo, dall’incapacità di gestire democraticamente il partito e dalla mancata costruzione di un’eredità politica nonostante i successi di governo – la destra attuale si propone finalmente come alternativa stabile e non episodica.
Giorgia Meloni, incoronata dai lettori del Telegraph come leader mondiale n.1 per il 2025 e inserita da Politico tra i più influenti al mondo, ha spiazzato chi scommetteva sul crollo immediato del suo Governo e alimentato la tesi del “carisma” della leader come unica spiegazione del suo successo.
Ma la realtà è un’altra: non c’è una donna sola al comando, bensì una classe dirigente solida e competente che Giorgia Meloni è stata capace di valorizzare. Ministri come Nordio, Crosetto, Piantedosi, Giorgetti, Schillaci, Calderone dimostrano l’efficacia del mix di tecnici e professionisti della politica portato al Governo; sottosegretari come Fazzolari, Mantovano e Ciriani lavorano silenziosamente con un rassicurante aplomb istituzionale.
Un capitolo a parte merita Antonio Tajani: in gioventù militante del fronte monarchico giovanile, oggi vicepremier e ministro degli Esteri, ma per anni Parlamentare, Presidente del Parlamento Europeo e poi Commissario Europeo.
Dal 2023 guida una “Forza Italia tranquilla” atlantista ed europeista. Pragmatico, incarna un partito che, dimenticata Ruby, il lettone di Putin o Topolanek nudo in Sardegna, torna anche a fare politica sul territorio tra congressi, feste di paese, sezioni e cene in trattoria, mentre forma nuove leve liberali, europeiste e atlantiste, capaci di bilanciare l’identitarismo di FdI e il leghismo regionale.
Non a caso oggi è l’oggetto preferito delle critiche e delle ironie dei nani e ballerine dell’opposizione, con comici in disarmo e parlamentari di passaggio che si dilettano nel dileggio, termometro sempre utile per misurare il successo di un uomo politico.
Adesso ci aspettano il Referendum e le elezioni politiche, preludio alla sola partita che la sinistra veramente teme, quella della Presidenza della Repubblica. Perché un Presidente di centrodestra farà cadere l’ultimo tabù della politica italiana e forse sarebbe una opportunità interessante, dopo i Presidenti Monarca Napolitano e Mattarella, trovare un Presidente un poco monarchico ma sicuramente più liberale.
Antonio de Filippi, 20 marzo 2026
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