Ci sono due modi di considerare l’intervista, che non è proprio un’intervista, del Corriere a Luigi Di Maio per i suoi primi 40 anni: il primo è il più facile e il più sciocco, sono le ironie da social, gli sghignazzi da divano, ma non porta a niente; l’altro è vederla, in controluce, come la conferma di qualcosa a suo modo di agghiacciante, di molte cose terrificanti: il Paese che non cambia e appena può peggiora, il servilismo irreversibile dell’informazione la quale sa benissimo dove si va a parare e lo sa essendo ancella della politica, il livello politico abissale e irrevocabilmente abissale.
Cos’è questa intervista del Corriere a Di Maio? È un pretesto per indicare dove va il potere, secondo quali equilibri cangianti, per quali direzioni. Per esempio, vi si può cogliere una prospettiva precisa: Di Maio è emanazione di Draghi e Draghi andrà al Colle nel 2029 dopo l’eternità mattarelliana, per logiche di agenda, di élite. E se le logiche sono già prestabilite, se il Colle italiano è prenotato con tre anni di anticipo, ne discende che i giochi negli arcana imperii prescindono dagli scenari elettorali, dalle chiacchiere degli scalzacani che si dimettono da una commissione partitica per salvare il Paese nell’Europa delle innumerevoli lobby affaristiche.
È assurdo ridere di Di Maio perché non è lui ad essere celebrato, non lui nella sua evanescenza di ex fattorino allo stadio che, miracolato da un guitto e un informatico, si ritrova ai vertici dello Stato, al ministero degli Esteri, scoprendo per giunta, con un brivido, che era stato programmato per fare il premier prima di venire sostituito dall’ipotesi Conte: questo, per pazzesco che possa sembrare, ci spiega semplicemente che il potere prescinde da qualsiasi preparazione, anzi la aborre, è funzione di logiche diverse, sovranazionali, la setta a 5 Stelle non nacque dai capricci di un comico bolso che raccattava “dal basso” il peggio degli avventurieri e degli improvvisati, ma da una precisa organizzazione sorretta da larghissime facoltà finanziarie per un progetto teso a destabilizzare il quadro nazionale a fini stabilizzatori.
Vecchia regola, vecchio schema, con un avvocato di provincia messo a gestire una fase emergenziale risolta in senso autoritario, cosa che a ricordargliela adesso gli provoca eccessi di volgarità e di provocazione. Ma chi può escludere che anche quella fase non fosse già predisposta dal giro dei benefattori della pedofilia globale raccolti intorno ad Epstein? Di Maio era un nessuno e essendo uno senza alcuna preparazione, cultura, consistenza, è stato sparato ai vertici dello Stato; come lui molti altri. Lui, il democristiano dentro, ha saputo riciclarsi, un superburocrate bancario cui era stato consegnato il Paese lo ha reinventato come consulente nel Golfo Persico, altro che merito “della famiglia”, della mamma Paolina: queste sono le balle che si dicono perché vanno dette, perché fanno parte del corredo di una finta intervista densa di allusioni.
Quando viene chiesto a Di Maio se intenda tornare alla politica italiana e lui liquida la questione come un delirio, va correttamente interpretato a rovescio: sì, tornerò e mi spetterà, perché la matrioska di porcellana Italia nel caso di coccio Europa risente di decisione prese a monte e in largo anticipo. Di Maio si pone come un superpotente a 40 anni e il suo è l’approccio di basso profilo imparato dagli affaristi e dai democristiani dentro: il rivale Di Battista, sciamannato, terzomondista si è perso dietro suggestioni cubane, palestinesi e per risalire la china deve farsi una fondazione, rischiosa, con cui denunciare a spruzzo chi insinua legami con Hamas, roba un po’ sciatta, da Fatto Quotidiano.
Di Maio incravattato ha capito per tempo come girava, “li ho visti fare i fenomeni e mi sono tolto”, si è votato al potere vero e adesso, con la protervia felpata del predestinato, fa sapere a mezzo stampa di regime che è pronto a tornare, sempre sotto l’egida di quel potere formidabile che stabilisce tutto prima. Intanto si gode la vita da mediatore nel Golfo Persico, carica che nessuno ha mai capito, ruolo nominale, sinecura che prepara ben altre poltrone. C’è un passaggio in questa “intervista” fumogena che dice tutto e tutto illumina: “Lei è fuori dalla politica italiana da ormai tre anni. Quanto le manca?” “Nel senso di essere protagonista, non mi manca. Ma la seguo con molta attenzione. Chi oggi è al centro della politica deve avere una grande capacità di mantenere sangue freddo.”
Sta tutto qui, non manca niente e non serve altro. Il resto, la famiglia, le lacrime napoletane, per i figli, per le cose e i drammi di famiglia, sono colore, sono la vasellina dei sentimenti che nessun perfetto democristiano si è mai fatto mancare, par di risentire le interviste patetiche, napoletane di Giovanni Leone presidente della Repubblica. Il 6 luglio compirà 40 anni: a 26 è stato il più giovane vicepresidente della Camera, due volte deputato, ha guidato tre ministeri, ora è professore al King’s College. “In pochi accumulano tante cariche in così poco tempo”, lo imburra, da vero potente, l’intervistatrice: lui sguscia nel basso profilo mannaro, “E’ successo tutto velocemente, troppo”.
Non è vero, è successo tutto secondo tempi certi, non si improvvisano le nullità, non si mettono nei punti strategici dall’oggi al domani, si allevano e le si fa crescere, diventare altro. “Io studiavo sempre, studio sempre”. Per dire sono uno che impara alla svelta e mette a frutto. Il resto dei retroscena, le investiture da Mattarella, che non serba rancore, ed è siciliano, per la vecchia sparata dell’impeachment, come fare e disfare ministri e ministeri, uno come il deejay Bonafede detto dj Fofò che s’immagina Conte premier e lo fanno davvero, sono concessioni benevole che il potere fa alle plebi: cari schiavi, le cose vanno così, andranno sempre così e noi vi diamo un po’ di leggenda da succhiare, ma dovete capire che, come diceva il marchese del Grillo, come diceva don Bastiano, “voi non siete un cazzo, non siete padroni di un cazzo, non contate un cazzo” e lo dovete ricordare sempre.
Poi se volete gridate al nichilismo, al disfattismo, al qualunquismo, fate pure ma Gigino Di Maio, che confondeva i dittatori sudamericani, che aveva sconfitto la povertà globale e chiamava il dittatore cinese “Mister Ping” è qui per restare, anzi per tornare, e ve lo sta spiegando. Di Maio uscito da un movimento che faceva dell’incompetenza totale un programma politico e esistenziale, “uno vale uno”. Ma, sapete, il merito è un ministero, un pretesto per nuove cariche per nuovi incompetenti. La politica specie in Italia non si impara sui libri, si assorbe battendo i marciapiedi del potere. Per questo, credeteci, c’è posto anche per voi. E se invece preferite insistere a sfottere uno statista 40enne come l’eterno bibitaro al San Paolo, oggi Maradona, beh, è un problema, e un errore, vostro e solo vostro.
Max Del Papa, 5 luglio 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


