“Dimettetevi tutti”. È partita la caccia dei pm ai sostenitori del Sì

I cori anti-Imparato. I post contro i colleghi a favore della riforma. E l'affondo dell'ex presidente Anm e oggi sostituto procuratore a Milano

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imparato magistrati

Il giorno dopo il referendum sulla giustizia non chiude le tensioni, ma le rilancia. Non ci sono solo i magistrati che intonano cori contro una loro collega a Napoli, Annalisa Imparato, rea di aver sposato le ragioni per il Sì. Non ci sono solo quei messaggi choc (“Vanno sparati”) che circolavano nella chat interne alle toghe. Ma ora sembra essere partito quel famoso “faremo i conti” nei confronti di chi, giudice o avvocato, ha sponsorizzato la riforma della giustizia bocciata dagli elettori.

Ieri a Quarta Repubblica è stato dato conto di quanto scritto da un Consigliere di Cassazione in merito agli “avvocati e colleghi che hanno sostenuto il sì”, con l’invito ad “abbandonare la toga” e la rivendicazione del fatto che “adesso è giusto togliersi qualche sassolino dalle scarpe”. Ma oggi si aggiunge anche l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz, oggi sostituto procuratore generale a Milano, che in un lungo post sui social punta il dito contro i vertici del mondo forense.

Secondo Poniz, dal risultato delle urne “esce travolta un’intera classe dirigente dell’avvocatura” e, aggiunge senza mezzi termini, se “esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza” all’interno delle camere penali e delle organizzazioni forensi. Parole pesanti, che arrivano al termine di una campagna referendaria già segnata da forti contrapposizioni. Nel mirino dell’ex numero uno dell’Anm finisce soprattutto il tono del confronto pubblico. Poniz parla infatti di una “campagna di violenta delegittimazione della magistratura” che, a suo dire, si sarebbe addirittura “alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari”. Cioè, capito? Critichi la magistratura e le sue storture, lo fai rispondendo a chi sostiene che a votare Sì sarebbero stati mafiosi e massoneria deviata, ma la “campagna violenta” sarebbe volta a delegittimare le toghe.

Nel suo intervento, il magistrato ricostruisce anche le dinamiche interne al mondo dell’avvocatura, sostenendo che una parte della rappresentanza abbia agito senza un reale mandato diffuso. “Chi non ha esitato a trascinare l’intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta – scrive – lo ha fatto anche in nome di avvocati che certo quel mandato non hanno mai conferito, come raccontano i tanti coraggiosi avvocati che si sono sottratti a un’operazione davvero sconcertante per l’insensibilità istituzionale che dimostrava”. Domanda: e nessuno si preoccupa dei tanti magistrati che si sono schierati per il Sì e che oggi, vedi il caso Imparato, vengono presi di mira con grida di scherno?

Nel mirino di Poniz finiscono anche le relazioni tra associazioni forensi e politica. Secondo il magistrato, si tratta di “associazioni che si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, ed in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza”. La magistratura invece no. Quella è sempre “indipendente”, anche quando numerosi suoi esponenti (anche di spicco) tolta la toga vanno a rinfoltire le fila parlamentari di questo o di quel partito.

Non si è fatta attendere la risposta dell’Ordine degli avvocati di Milano che esprime “sconcerto e preoccupazione”. Nel comunicato l’associazione “ribadisce come la cultura della giurisdizione si indebolisca ogni volta che il confronto scivola nella contrapposizione, addirittura nella denigrazione di una categoria, e si comprometta quando si evocano logiche di resa dei conti, tanto più se affidate ai social”.

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