Politico Quotidiano

Dl Sicurezza e Mattarella, ecco perché chi parla di “pasticcio” dice il falso

Il prof Terrano spiega: accusare il governo di "forzatura" è un errore di prospettiva radicalmente fuorviante

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Sul decreto Sicurezza, e sulle conseguenti tensioni che sono derivate con il Quirinale, la conclusione netta cui si è giunti è quella di una forzatura da parte del Governo Meloni. Si tratta sicuramente di un errore di prospettiva, radicalmente fuorviante, che non tiene conto del contesto in cui l’Esecutivo è costretto a muoversi.

Il punto, troppo spesso dimenticato, è che la produzione normativa italiana si regge, da anni, su un equilibrio strutturalmente instabile. Da un lato, la decretazione d’urgenza è divenuta la regola; dall’altro, un bicameralismo imperfetto comprime i tempi parlamentari fino a renderli incompatibili con un esame effettivo. In queste condizioni, il voto di fiducia non è una scelta politica, ma un passaggio praticamente inevitabile. A tal fine, la domanda da porsi è la seguente: quale governo, nelle condizioni date, potrebbe realisticamente farne a meno?

All’interno di questo quadro si inserisce la vicenda che qui interessa: la correzione, cioè, di una norma segnalata dal Quirinale attraverso un decreto successivo, definita, con eccessiva facilità, come un’anomalia procedurale.
Questo fenomeno, in realtà, non è altro che l’effetto di un problema ben più profondo: il rapporto tra legge di conversione e potere di rinvio del Presidente della Repubblica. Se il Capo dello Stato rinviasse una legge di conversione, l’effetto sarebbe radicale: verrebbe meno l’intero decreto-legge già in vigore, e non la singola disposizione contestata.

Per evitare ciò, si è sviluppata, nella prassi, la tecnica della promulgazione con rilievi. Tuttavia, nel caso concreto, la criticità della norma ha indotto ad una scelta diversa, intervenendo, cioè, direttamente per neutralizzarla, attraverso la promulgazione di una norma contestuale che abroga la legge – o parte di questa – che il Capo dello Stato ritiene incostituzionale. Si tratta di una soluzione che può apparire inusuale, ma che rappresenta una delle poche tecnicamente praticabili.

Se si vuole essere intellettualmente onesti, bisogna riconoscere che la vera anomalia sta nella qualità della legislazione che si forma durante la conversione dei decreti, spesso appesantita da emendamenti eterogenei, inseriti senza un reale controllo di coerenza sistematica.

Il profilo decisivo, quasi sempre rimosso dal dibattito, riguarda invece l’utilizzo ridotto, a volte anche poco corretto, del potere regolamentare e, in particolare, del regolamento indipendente: infatti, tale strumento consentirebbe al Governo di intervenire in ambiti non coperti da riserva di legge, garantendo flessibilità, tecnicità e continuità dell’azione normativa.

L’eccessivo ricorso al decreto-legge, determinato dal principio dell’onnipotenza del potere legislativo, ha compresso lo spazio del regolamento sia per diffidenza politica – in quanto la sua approvazione non dipende dal parlamento – sia per una lettura eccessivamente rigida del principio di legalità. Il risultato è una spinta artificiale verso l’alto della domanda di normazione, caricando la legge – e, soprattutto, il decreto-legge – di funzioni che non le sono proprie.

Da qui deriva la vera torsione del parlamentarismo contemporaneo: decreti-legge onnivori, conversioni ipertrofiche e fiduce reiterate. Quindi il Governo utilizza strumenti – sicuramente imperfetti ma spesso inevitabili – che il sistema, per come si è evoluto, gli lascia a disposizione, ma attribuire all’Esecutivo le responsabilità delle tensioni istituzionali significa, in realtà, non comprendere la natura del problema.

In definitiva, fin quando non si avrà il coraggio di mettere mano a questo assetto – restituendo lo spazio dovuto agli strumenti ordinari e ripensando il ruolo stesso del bicameralismo – continueremo ad imputare ai governi le colpe di un sistema che non siamo disposti a riformare.

Giovanni Terrano, 24 aprile 2026

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