E se ci fosse un Meloni Bis?

Fatti dimettere Delmastro e Bartolozzi. Pressioni su Daniela Santanchè. Cosa deve fare ora la premier?

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meloni palazzo chigi

Con la sconfitta al referendum sulla giustizia, la parentesi riformista dell’esecutivo di centrodestra può dirsi, nei fatti, conclusa. Non si tratta soltanto di una battuta d’arresto, ma di un passaggio politico che segna un punto di non ritorno: difficilmente le altre riforme in cantiere potranno trovare lo slancio, la credibilità e il consenso necessari per giungere a compimento.

Le riforme, soprattutto quelle di sistema, vivono di fiducia e forza politica. Quando una viene respinta in modo così netto, si incrina inevitabilmente anche la cornice entro cui le altre dovrebbero svilupparsi. È, prima ancora che di contenuto, un problema di contesto. E oggi quel contesto appare compromesso.
Continuare come se nulla fosse significherebbe ignorare il segnale politico arrivato dal Paese. Non è il momento dell’accanimento riformatore, ma quello della lucidità. Per questo, l’ipotesi di un “secondo tempo” dell’attuale governo, guidato da Giorgia Meloni, non solo è plausibile, ma appare la scelta più razionale.
Un secondo governo, tuttavia, non può limitarsi a proseguire il primo. Deve segnare una discontinuità chiara, nei metodi e nelle priorità. Archiviata la stagione del tentativo – rivelatosi vano – di portare avanti le grandi riforme costituzionali, l’azione dell’esecutivo dovrebbe concentrarsi su obiettivi più concreti e immediatamente realizzabili.
In primo luogo, una nuova legge elettorale. Si tratta di un passaggio cruciale per ridare ordine e chiarezza a un sistema politico oggi sospeso tra logiche maggioritarie e proporzionali che ne minano la stabilità. Intervenire su questo terreno significherebbe lasciare un segno duraturo ed evitare che il Paese scivoli verso l’ingovernabilità.
In secondo luogo, la gestione dei dossier internazionali. In un contesto globale sempre più instabile, l’Italia non può limitarsi a una postura di semplice allineamento. Serve un atlantismo consapevole, non acritico: saldo nei principi, ma capace di autonomia nelle scelte. E serve, soprattutto, una strategia nel Mediterraneo e nei rapporti con il mondo arabo, ambiti nei quali il nostro Paese può e deve ambire a un ruolo di mediazione credibile.
Infine, la legge di bilancio rappresenterà l’ultimo atto dell’esecutivo prima di accompagnare il Paese al voto, verosimilmente nella prossima primavera. Dovrà offrire risposte adeguate, tempestive e credibili, cercando di intercettare – almeno in parte – le diverse esigenze degli italiani.
Ma la discontinuità non può riguardare solo le scelte politiche: dovrà necessariamente investire anche la composizione dell’esecutivo. Alcune figure hanno rappresentato, in questi anni, più un fattore di imbarazzo che di rafforzamento dell’azione di governo. In questo senso, le recenti dimissioni di Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusi Bartolozzi costituiscono un primo segnale, ma – dopo il pesante tonfo referendario – sarebbe auspicabile una revisione ben più ampia, non limitata al solo Ministero della Giustizia. Meloni ha già chiesto la testa di Daniela Santanchè.
A questo punto, l’obiettivo principale non può che essere uno solo: preservare un capitale politico ed elettorale che, nonostante tutto, resta maggioritario nel Paese. Sprecarlo in una fase di logoramento progressivo sarebbe un errore strategico grave.
Per evitarlo serve un cambio di passo, netto e riconoscibile. Non una ritirata, ma una ricalibrazione. Non un fallimento, ma una presa d’atto. È in momenti come questo che la politica dimostra la propria maturità: capire quando insistere e quando, invece, cambiare direzione.
Oggi, più che mai, il tempo della discontinuità non è una scelta opzionale. È una necessità
Salvatore di Bartolo, 26 marzo 2026

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